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Notizia del 06/02/2010 19.15.00
A cura di: Avanzino Capponi    
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FIAT: lo stabilimento di Termini Imerese è destinato a chiudere
FIAT: lo stabilimento di Termini Imerese è destinato a chiudere Ancora una volta una stangata sull’economia italiana: ma la colpa di chi è?

“Tutto il resto sono chiacchiere che non voglio nemmeno commentare”, così risponde il Presidente della Fiat Montezemolo sulla questione dello stabilimento di Termini Imerese. “La Fiat è e rimane un’azienda italiana, non solo perché è l’unica azienda automobilistica al mondo che si chiama FIAT, ma soprattutto perché da quando io sono Presidente e Marchionne amministratore delegato, parlo della seconda metà del 2004, abbiamo investito nel mondo 25 miliardi di euro e in Italia oltre 14 miliardi”.
Emma Marcegaglia, Presidente di Confindustria, invece, sostiene che “quando si fanno stabilimenti che non hanno ragione economica non c’è incentivo che tenga”. Il tema vero è fare tutto il possibile per reimpiegare le persone e mantenere la forza lavoro attraverso la formazione. Scelte industriali che vanno nella direzione di rendere competitiva un’azienda non possono essere disgiunte dal farsi carico di problemi che riguardano le famiglie, questo è un tema centrale sostiene Montezemolo. “Fiat ha molto dato e molto ricevuto dall’Italia”, ma “da quando noi siamo alla Fiat, non ha ricevuto un euro dallo Stato, dice a chiare lettere il presidente della Fiat, non voglio rientrare in polemiche perché in questo Paese io preferisco il confronto e il dialogo quando i problemi sono grossi e quando vedo tante aziende internazionali che lasciano il nostro Paese o che non vengono a investire in Italia”. “Ho visto delle cifre che dicono che gli incentivi sono andati il 70% alle aziende straniere e solo il 30% alla Fiat. Credo che dobbiamo uscire da un approccio demagogico e guardare alla realtà così com’è”.
Se le dichiarazioni del Presidente della Fiat hanno questo spirito e questi contenuti è chiaro che qualche osservazione va doverosamente fatta. In primo luogo la Fiat è un’azienda che storicamente ha sempre ricevuto aiuti dallo Stato, semmai il problema è capire che fine hanno fatto questi aiuti. In secondo luogo occorrerebbe capire perché ogni qualvolta si verifica una crisi aziendale o una cessazione di attività il management va subito ad attaccare il Governo. Finché in Italia, non si finisce di fuggire dal reale senso di responsabilità fisiologicamente connaturato, nella fattispecie, al DNA di una politica industriale, che determina il suo successo o insuccesso della politica stessa, non si esce dal vortice della demagogia.
La Fiat ha deciso strategicamente di dislocare un suo ramo di attività a Termini Imerese, lo ha deciso sulla base di uno studio preventivo relativo alla opportunità di localizzazione geografica. Questa decisione si è rivelata a quanto pare inesatta e non proficua tanto da determinare la probabile chiusura dello stabilimento. La colpa di chi è? Dalle affermazioni del Presidente Montezemolo sembrerebbe del Governo, sarebbe bello conoscere quale sarebbe stata la reazione del Presidente Montezemolo se quello stabilimento avesse realizzato le migliori performances del complesso aziendale Fiat, coerenza vuole che sarebbe, nel caso, stato merito del Governo. Si capisce bene che non si tratta altro che di un vero e proprio scarico di responsabilità tipicamente connaturato all’etica del sistema Italia nel suo complesso. Ma questo non fa onore alla Nazione, non è certo la panacea delle soluzioni più giuste per intraprendere la strada del miglioramento. Così facendo si alzano solo i toni di una polemica che arriva nelle case delle famiglie italiane cercando di far capire alla stesse che i licenziamenti derivanti dalla chiusura di Termini Imerese sono stati causati dall’assenza di incentivi da parte del Governo. Chi si occupa un po’ di impresa, e non è necessario farlo a grandi livelli, sa perfettamente che l’azienda è un complesso di beni organizzati dall’imprenditore per l’esercizio dell’impresa come recita l’articolo 2555 del c.c. e non è un complesso di beni organizzati dallo Stato.
L’impostazione, che appare maggiormente condivisibile, è quella che sposa una concezione estremamente ampia del concetto di azienda, comprendendovi tutto ciò che, contribuendo alla funzionalità e all’avviamento, serve all’esercizio dell’impresa. Appare poco plausibile che in questa accezione tra i principali protagonisti dell’impresa si rilevi l’attività dello Stato. In altri termini si ritiene corretto ricondurre nel novero degli elementi costitutivi di un complesso aziendale tutti gli elementi patrimoniali (materiali e immateriali) e tutti i rapporti obbligatori attivi e passivi. L’azienda in dottrina è un sistema socio-tecnico, perché i suoi componenti sono l’elemento umano e i fattori produttivi, complesso perché articolato in più aree funzionali, aperto perché interagisce con l’ambiente esterno, finalizzato perché il suo comportamento è orientato al raggiungimento di determinati obiettivi.
In tutto questo l’intervento dello Stato può essere utile ma non causa esclusiva e principale di una chiusura di uno stabilimento o di scarsi profitti. Stare sul mercato, azzeccare un posizionamento territoriale è frutto di una intuizione imprenditoriale o di studi settoriali e/o di geografia economica, non può essere responsabilità del management statale che fino a prova contraria non partecipa non guida e non decide nulla dell’azienda.
Almeno per una volta, un atto di umiltà intellettuale potrebbe giovare alla causa, quello cioè di far chiarezza, di far capire alle famiglie italiane che una delocalizzazione può anche fallire e se fallisce è colpa del management aziendale che ha sbagliato i calcoli e non dello. E’ solo su questa assunzione di responsabilità che si può costruire il reinserimento della forza lavoro nel tessuto occupazionale e imprenditoriale.
Lo Stato può non aiutare ma gli errori di mercato o di posizionamento vengono fatti solo dalle imprese sia nel bene che nel male sia piccole che grandi.
 

info@lapiazzaditalia.it
 
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- Voglio solo ricordar...

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