In UE 5 milioni senza lavoro in un anno
Disoccupazione record a novembre con un tasso che raggiunge l’8,3% , per trovare lo stesso dato di disoccupazione occorre risalire al marzo del 2004.
È quanto emerge dai dati dell’Istat su occupati e disoccupati a novembre 2009. Il tasso di disoccupazione giovanile è pari al 26,5%. Il numero di inattivi di età compresa tra 15 e 64 anni è pari a 14 milioni 863 mila unità. Il tasso di inattività è pari al 37,7%. E in Europa non va meglio, la disoccupazione ha toccato infatti quota 10% rispetto al 9,9% di ottobre. È il dato destagionalizzato diffuso da Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione Europea, che precisa come si tratti del tasso più elevato da agosto 1998. Eurostat stima i disoccupati nell’Ue a novembre 22,89 milioni, di cui 15,71 nell’eurozona.
I dati suindicati mostrano una sintomatologia negativa per il sistema economico sia nazionale che europeo, in quanto evidenziano livelli ragguardevoli di inattività che produrranno inevitabilmente rallentamenti e disagi sia economici che sociali. Non è pensabile di voler far ripartire un sistema economico se non si mettono in campo politiche efficaci di riduzione del tasso di disoccupazione e rivolte soprattutto a logiche di riforme strutturali.
Con il termine disoccupazione si intende essenzialmente la disoccupazione involontaria connessa con il livello della domanda globale: questa sorge quando vi sono lavoratori (potenziali) disposti a occuparsi al saggio di salario (reale) vigente o anche a uno leggermente inferiore, ma la domanda di lavoro è insufficiente per occuparli: l’offerta di lavoro risulta, allora, “razionata”.
L’esistenza di disoccupazione involontaria configura una perdita di efficienza statica e dinamica per il sistema economico. Dal punto di vista statico essa implica la possibilità di migliorare la posizione di alcuni individui (i disoccupati stessi), senza peggiorare quella di altri. Inoltre, il mancato utilizzo delle risorse umane che si prolunghi per un certo periodo di tempo ne implica il deperimento; è questa una delle ragioni per le quali la probabilità del disoccupato di ritrovare un’occupazione si riduce all’aumentare della durata della disoccupazione.
Oltre a causare una perdita di efficienza, la disoccupazione accresce l’ineguaglianza nella distribuzione del reddito. Le conseguenze economiche e sociali della disoccupazione possono essere temperate sul piano personale da interventi pubblici di redistribuzione del reddito che consentano il pagamento di indennità di disoccupazione o l’integrazione dei guadagni o che garantiscano, comunque, il pagamento di un salario minimo. C’è da dire però che l’esistenza di indennità di disoccupazione o integrazione dei guadagni, ove esse siano di misura consistente, facilita i licenziamenti o le sospensioni dal lavoro (lay-off), con il ridurne il costo per i lavoratori interessati e per le stesse imprese che si trovano di fronte a ridotte resistenze da parte dei lavoratori. Alcuni economisti sono contrari all’indennità di disoccupazione per il disincentivo all’offerta di lavoro che ne scaturirebbe. Indennità di disoccupazione e integrazione dei guadagni, come ogni altro genere di trasferimenti di reddito necessari per il sostentamento dei disoccupati, costituiscono pur sempre un costo economico per la società nel suo complesso. Questo costo si aggiunge ai costi non economici della disoccupazione, che possono essere ricondotti alla frustrazione, all’emarginazione, nonché alla possibilità di rivolgimenti sociali e all’aumento della criminalità.
Quindi le politiche volte al raggiungimento dell’equilibrio generale microeconomico in concorrenze perfetta non possono determinarsi o scaturire dai modelli dell’equilibrio suddetto: se, infatti, esiste un equilibrio su tutti i mercati, sarà in equilibrio anche il mercato del lavoro e la disoccupazione non potrà essere che volontaria. Il problema è che nell’attuale sistema economico i mercati non sono tutti in equilibrio per cui il mercato del lavoro è uno fra quelli che configura una situazione di disequilibrio tra domanda e offerta di lavoro. Il numero dei disoccupati supera di gran lunga quello degli occupati e la domanda di lavoro è inferiore dell’offerta di lavoro. L’intervento pubblico, quindi, dovrà creare le condizioni affinchè il mercato del lavoro possa ritrovare la posizione di equilibrio. Quali politiche adottare? Anzitutto di fondamentale importanza è la tempistica di intervento, occorre intervenire rapidamente senza perder tempo. Bisogna intervenire sul lato dell’offerta di lavoro, le imprese debbono essere messe in condizione di poter assumere non incentivate, invece, a licenziare. Infine, occorre che il Governo prenda misure adeguate affinchè le imprese possano usufruire degli sgravi fiscali sul reddito e sulle assunzioni. Quando si sente dire che il lavoro non c’è, che le persone hanno difficoltà oggettive a trovare lavoro purtroppo si sente parlare di una dura e cruda realtà che va affrontata ed eliminata senza mezzi termini o mezze misure. Se il mercato del lavoro non assorbe quella parte consistente di disoccupati oltre a defalcare redditi e a produrre disagi sociali, i consumi non potranno garantire quei livelli sufficiente ad innescare ripresa e sviluppo.
A quando la riforma strutturale del mercato del lavoro? Senza questa l’Italia non ripartirà in maniera decisa e convincente e soprattutto non riuscirà a costruire una prospettiva generazionale in grado di poter sostenere il Paese nella competitività e nella crescita.
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