Il pragmatismo del Premier italiano potrebbe essere fondamentale per un dialogo abulico
In un contesto mediorientale sempre più difficile da inquadrare nei canoni della pacificazione per come la intendiamo normalmente, il Presidente del Consiglio Berlusconi si sta recando, con otto Ministri, in Israele e lo fa rilasciando un’intervista a cuore aperto al quotidiano più distante da lui in terra israeliana, Haaretz.
Nell’intervista Berlusconi affronta con grande sincerità argomenti difficili come solo un sincero amico può fare.
Parla della politica degli insediamenti e delle relazioni tra lo Stato ebraico e la Siria.
In merito all’espansione degli insediamenti nei territori conquistati dopo il 1967, il Presidente del Consiglio ritiene sia un errore continuare perché sarà estremamente difficile non far percepire alla popolazione palestinese la presenza di israeliani senza ostilità. Ma non lesina critiche a quanto già avvenuto in passato nei luoghi da cui gli israeliani si sono ritirati. Non è accettabile che dopo aver lasciato, con grande sofferenza, una terra su cui si è vissuto e lavorato si debba assistere alla devastazione di sinagoghe e quanto di importante si sia fatto.
Per quanto riguarda la tesa situazione con la Siria, Berlusconi consiglia a Israele di restituire le alture del Golan, anche queste frutto di una guerra, per stabilire relazioni diplomatiche con la Siria che a sua volta dovrà rinunciare a tutto quanto fatto fino ad ora, compreso il supporto a organizzazioni e Stati che non riconoscono il diritto all’esistenza di Israele e che ne minacciano il futuro.
Non manca un duro intervento sull’Iran e le sue aspirazioni nucleari a cui, secondo il nostro Presidente del Consiglio, bisogna opporsi con ogni sforzo soprattutto visti i proclami distruttivi nei confronti di Israele.
Il premier israeliano Netanyahu, malgrado le dichiarazioni dissonanti con la sua politica, ha elogiato il suo omologo italiano definendolo il più grande amico di Israele, per questo Berlusconi farà un discorso alla Knesset, il più grande onore che può essere concesso dal Governo israeliano.
La visita di parte del Governo italiano in Israele si inserisce in una strategia piuttosto confusa che l’occidente sta portando avanti per cercare di far ritornare alle trattative le parti. Dopo il mea culpa di Obama, che ha ritenuto evidentemente troppo facile risolvere il problema israelo-palestinese con la semplice ed inefficace mano tesa (i suoi predecessori, quindi, proprio inetti non sono stati a non riuscire a risolvere la questione), le iniziative per cercare di muovere le acque sono affidate ad azioni individuali che mal si conciliano con quanto veramente utile si dovrebbe fare. E’ inutile negare o fare finta che la situazione non riguarda solo un fazzoletto di terra sul mediterraneo ma coinvolge una regione intera. Fa bene Israele a resistere alle pressioni perché anche in caso di una miracolosa pace con la parte palestinese, le relazioni con il contesto arabo sarebbero sempre imperniate sulla sua sopravvivenza e sulla continua minaccia che arriverebbe dal negazionista (nel senso più ampio del termine) di turno.
La speranza è che la visita di Berlusconi possa far sentire e far apparire meno solo il Governo israeliano lasciando intendere ai suoi vicini che la partita non la si può giocare come è stato fatto in questo ultimo anno e mezzo ma che si deve poter discutere di tutto e senza le precondizioni che stanno atrofizzando quanto fatto in decenni di colloqui.
Un’altra piccola riflessione sul fatto che le richieste fatte ad Israele, di rinunciare a quanto preso con il sangue del suo popolo, combattendo guerre non volute per la sua sopravvivenza e non per la perdita di un piccolo territorio, è un caso forse unico nella storia, frutto di un’impostazione profondamente sbagliata di tutti i principi su cui si dovrebbe negoziare una pace tra una parte che non è stata sconfitta ed una che lo è stata, anche dai suoi fratelli.
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