Non si dovrebbe, ma si può perdere la lucidità quando si è presi dall’euforia, anche se si è navigati editorialisti con radici profonde nel ‘dove-che-conta’ della stampa che fa opinione, può succedere. Certo l’irrompere dell’astro luminoso obamiano, della primavera dopo decenni di rovesci e di sconfitte culturali, è nelle cose che abbia dato all’intellighenzia liberal il là a vendette culturali a diverso titolo, ma - si sa - la fretta è cattiva consigliera e l’inverno è già qui.
Così sfogliando le pagine di “The Death of Conservatism” di Sam Tanenhaus, Random House, pagg. 144 non si può fare a meno di confrontare l’analisi o meglio il requiem del movimento conservatore statunitense dell’editorialista del New York Times Book Review con i recentissimi risultati elettorali nel primo vero test elettorale dalla elezione a 44° Presidente USA di Barack Obama.
E già perché per Tanenhaus la sconfitta alle presidenziali del 2008 non è stata solamente una battuta d’arresto bensì l’ultima definitiva fermata del conservatorismo americano.
Ma il fatto è che la clamorosa vittoria di questi giorni del repubblicano Brown che toglie ai democratici il seggio che fu di Ted Kennedy e dei dems a partire dal 1952 e i recenti risultati alle elezioni per i governatorati di Virginia e New Jersey, sono stati possibili per il GOP, proprio grazie a quella frangia conservatrice che ha dimostrato di essere ancora capace di mobilitare la classe media in difesa del sogno americano minacciato dalla riforma sanitaria proposta dall’Amministrazione Obama e giudicata troppo invasiva e in grado di sbilanciare definitivamente conti pubblici già provati.
Allora si può davvero dare per morto il conservatorismo americano?
La tesi di Tanenhaus è che i conservatori americani sono ossessionati da problemi che il Paese a stelle e strisce ha superato da tempo come la questione dei matrimoni tra omosessuali e non sono invece capaci di offrire un contributo valido alla uscita dalla Crisi.
Il suo libro naturalmente, per una vasta parte, contiene una disanima degli anni del bushismo.
La originale tesi di fondo è che non sia corretto ritenere che George W. Bush abbia tradito il movimento conservatore, infatti nessuno più di lui avrebbe dato alle varie componenti della galassia conservatrice quello che esse volevano: imponenti tagli fiscali ai libertarian, il bando della ricerca sulle cellule staminali alla destra evangelica, l’invasione irachena per i neo-con e – a parere di Tanenhaus – i fallimenti in cui si sono trasformate ciascuna di queste scelte dimostrerebbero come il movimento conservatore fatichi a diventare qualcosa di più che un movimento di protesta.
Il corollario alla tesi dell’editorialista del New York Book Reviews è il disegno di una parabola addirittura fallimentare per gli ultimi 50 anni di conservatorismo, piegati all’interesse del partito, all’odio per gli avversari politici e poco più, avendo dimenticato la più classica delle lezioni del conservatorismo storico e cioè che il Governo è una condizione necessaria per la costruzione di una qualsivoglia prospettiva civile e non un entità da smantellare.
Una ricostruzione che paga il sospetto lecito che tanto rammaricato rimpianto nasca dalla circostanza di fatto che quel conservatorismo dava molto meno fastidio ai democratici perché un pensiero figlio di elité produttive distanti dalla pancia del Paese e non da essa direttamente provenienti.
In questa rievocazione malinconica del conservatorismo che fu, non manca lo spazio per il proverbiale pantheon dei cattivi. La parte del leone, quella di icona negativa mefistofelica, viene affibbiata a Bill O’Really commentatore televisivo della Fox News Channel troppo populisticamente tradizionalista per essere gradito, ma uno spazio appropriato viene dato anche al duo G.W. Bush - Cheney.
Tanenhaus, pure in uno stile scorrevole e professionale, appare proporre una tesi troppo di parte: se è certamente vero che con la fine della presidenza Bush quantomeno il percorso ideologico neoconservatore abbia dimostrato di meritare una severa revisione per aver sovraesposto un Paese nel merito diviso verso responsabilità globali di tipo “neo-imperialista” che non era pronto a sostenere, se è altrettanto vero che la miscela fusionista abbia finito per premiare eccessivamente rispetto alle altre componenti del Grand Old Party quella maggiormente organizzata sul territorio e cioè la Destra Religiosa, non si può dire che le ragioni di fondo che hanno posto il partito dell’elefantino come baluardo in difesa dei valori costituzionali di vita, libertà e proprietà individuale, siano diventate meno attuali.
E in un momento in cui la nuova Amministrazione mette in discussione le pietre angolari che hanno fatto grande gli Stati Uniti, il GOP rinasce ad una nuova vecchissima missione, una missione non in difesa dei diritti del Governo, ma dei principi costituzionali che ne limitano l’azione, la missione di un conservatorismo sempre classico, troppo presto dato per morto e quanto mai necessario.
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