Quando le parti si chiamano in causa in armonia
Di fronte agli scontri religiosi, ai contrasti dialettici e a più pratiche vicende teologiche che seminano dissidio tra le tre fondamentali religioni monoteistiche, dovremmo riflettere sulle parole del filosofo Ludwig Feuerbach in “Essenza della Religione” (1845), non tanto per condividere in pieno il suo pensiero, ma quanto per stemperare gli animi e rendersi conto che pretendere la verità o la giustezza degli atti da parte di un particolare credo religioso è alquanto vano e relativo. Egli dice “L’ente diverso e indipendente dall’essenza umana o Dio - l’ente che non ha essenza umana, proprietà umane, individualità umana - questo ente non è altro, in verità, che la natura. Il sentimento di dipendenza dell’uomo è il fondamento della religione; l’oggetto di questo sentimento di dipendenza, ciò da cui l’uomo dipende, e si sente dipendente, non è per altro, originariamente, che la natura. E’ la natura il primo, l’originario oggetto della religione, come è abbondantemente dimostrato dalla storia di tutte le religioni e di tutti i popoli” (pag.39).
Per natura Feuerbach non intende un ente universale, astratto e separato dalle cose reali, personificato e mistificato, ma con essa indica un termine generale per designare enti, cose, oggetti che l’uomo differenzia da sé e dai suoi prodotti e che compendia poi sotto il nome collettivo di natura.
Quindi, potrebbe essere opportuno dire, a differenza di come è stato espresso domenica 17 Gennaio, in occasione della visita del Santo Padre alla Sinagoga di Roma, che ciò che accomuna le tre religioni monoteiste non è il credo in unico Dio, bensì, l’uomo. La cura dell’uomo è l’anello che congiunge le tre credenze. Con questa inversione forse, si riacquisterebbe quella dimensione e attenzione giustamente terrena delle esigenze umane, che probabilmente viene a perdersi quando il Cristianesimo, l’Islam e l’Ebraismo si impantanano in focolai poco aderenti alle sventure dei popoli, guerre, povertà, ingiustizia, calamità, deportazioni, dittature.
In occasione della ventunesima giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo fra cattolici ed ebrei e della festa del Mo’èd di piombo (la pioggia “miracolosa” che salvò il ghetto di Roma dall’incendio appiccato dai papalini nel 1793) che coincide con tale data, Benedetto XVI si è recato nella Sinagoga di Roma.
Verso le 16.30 il Papa arriva al ghetto, accolto dal Presidente della Comunità Ebraica di Roma Riccardo Pacifici, da Renzo Gattegna, Presidente delle Comunità Ebraiche Italiane e dal Rabbino Capo di Roma Dott. Riccardo Di Segni.
Ad aspettarlo, all’interno, erano presenti, tra gli altri, il Presidente della Camera Fini, il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Letta, il Sindaco di Roma Alemanno e quello dell’Aquila Cialente, il Presidente della Comunità islamica italiana Shaykh’Abd al Wahid Pallavicini, Mario Scialoja, capo della Lega Musulmana in Italia e i sopravvissuti ai campi di concentramento.
La visita del Papa, accompagnato dai cardinali Tarcisio Bertone, Walter Kasper e Agostino Vallini, inizia con un omaggio floreale alla lapide di marmo in memoria dei 1022 ebrei deportati da Roma ad Auschwitz il 16 Ottobre 1943. Il percorso prosegue con un saluto affettuoso al Rabbino Capo emerito di Roma Elio Toaff (colui che accolse nella storica visita del 1986 Papa Giovanni Paolo II) e poi con un secondo omaggio floreale alla lapide che ricorda l’attentato del 9 Ottobre 1982 da parte di terroristi palestinesi, in cui ci furono molti feriti e perse la vita un bambino, Stefano Gay Taché.
La parola chiave della visita è continuità; proseguire il percorso di tolleranza tracciato da Giovanni Paolo II è l’intento della Chiesa e sviluppare un dialogo che non è solo scambio intellettuale o un’operazione pratica è la volontà di entrambe le parti.
Concordia, amicizia e una nuova atmosfera distesa sono i nuovi elementi vitali di un rapporto che a volte nel passato, anche molto recente, si è caratterizzato come problematico.
Il primo a prendere la parola è Pacifici, il quale dopo aver chiesto un minuto di silenzio per le migliaia di vittime del terremoto di Haiti, prende a parlare di altre tragedie e di altra morte: la deportazione degli ebrei durante il nazismo.
In riferimento a ciò l’oggetto dell’intervento diventa Pio XII; il suo silenzio, dice, fa ancora male.
Forse non sarebbe riuscito a fermare i treni della morte, ma almeno intervenendo, avrebbe dato segni di umana solidarietà. E prosegue, affermando che in attesa di un giudizio condiviso, la comunità ebraica auspica che gli storici abbiano accesso agli archivi del Vaticano che riguardano quel periodo e tutte le vicende successive al crollo della Germania nazista.
La figura di Papa Pacelli da sempre è stata controversa; sospettato di essere il promotore del Concordato tra la Santa Sede e il Terzo Reich, conciliante col regime nazionalsocialista, ma d’altra impegnato in appelli per scongiurare l’entrata dell’Italia in guerra.
Le accuse più gravi che gli vengono mosse dalla storia è di non aver mai condannato, né di essersi impegnato per fermare le deportazioni degli Ebrei di cui forse era conoscenza e della sua collaborazione alla fuga di gerarchi nazisti al termine del conflitto.
A dispetto di tutte queste accuse, il 19 Dicembre 2009, Benedetto XVI firma un decreto che attesta le virtù eroiche del Papa della seconda guerra Mondiale e viene proclamato venerabile.
A questa notizia, la comunità ebraica si irrita e diversi rabbini hanno apertamente descritto quest’ultimo atto come una scelta che addolora e riscrive la storia.
Pacifici non poteva dunque non parlare di lui domenica 17 Gennaio in Sinagoga.
Di seguito prende la parola il Papa, affermando il dramma sconvolgente della Shoah. Ma nel corso dei decenni la Chiesa non ha mancato di deplorare le mancanze di suoi figli e figlie, chiedendo perdono per tutto ciò che ha potuto favorire in qualche modo la piaga dell’antisemitismo. Molti, prosegue, rimasero indifferenti, ma altri, tra i cattolici italiani, soccorsero gli ebrei, rischiando la loro stessa vita. Inoltre, aggiunge, senza nominare Pio XII, anche la Sede Apostolica svolse un’azione di soccorso spesso nascosta e discreta.
Quante parole misteriose per una vicenda che avrebbe dovuto essere e dovrebbe essere invece chiara e dichiarata al mondo intero, vista la sua natura di buona missiome cristiana.
Ancora, a ricordo dell’altra vicenda scatenatasi l’anno scorso con i Lefebvriani, Benedetto XVI condanna chi vuole stravolgere la storia con qualsiasi tesi negazionista o minimizzare la Shoah.
Anche il Rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni di sicuro non può sorvolare sul silenzio di Papa Pacelli e afferma che il silenzio di Dio o la nostra incapacità di sentire i mali del mondo sono un mistero imperscrutabile, ma il silenzio dell’uomo è su un piano diverso, non sfugge ad alcun giudizio.
Ma sono di incoraggiamento e fiducia invece le sue parole nei confronti della visita di Benedetto XVI; il risultato è estremamente positivo e il contributo più importante è di aver rasserenato gli animi. Tra Ebrei e Cristiani corre ormai un rapporto tra fratelli e c’è da riflettere senza sosta a che punto si è di questo percorso di conciliazione e quanto divario ancora esiste per realizzare una sincera e autentica comprensione dell’uno verso l’altro.
Sebbene i due credi abbiano delle differenti letture della Sacra Bibbia, bisogna pensare finalmente a cosa accomuna le due fedi, gli imperativi biblici che invitano alla misericordia e alla dignità dell’uomo devono essere in primo piano rispetto alle differenze.
Certo, differenze tecniche di credo non possono e non devono certamente avere la meglio con le esigenze più sacre per l’uomo: protezione del creato, libertà, giustizia, etica.
La religione dice Di Segni, non deve essere vissuta con aggressività, come strumentalizzazione politica o come veicolo di odio e di esclusione.
In tanti dovranno far tesoro e pratica di queste parole.
Il rabbino capo conclude con altre ferme parole il suo opportuno intervento, dicendo che tutti, Ebrei, Cristiani, Mussulmani sono chiamati ad una responsabilità di pace.
Questo incontro ebraico-cristiano, è importante di certo per la comunità civile, come sottolinea il presidente Gattegna; il dialogo tra le due parti è teso a valorizzare gli obiettivi comuni per il futuro e ad eliminare quelle divergenze passate che contribuirono a creare il male tra di loro. Il cammino è lungo e la nuova stagione di fratellanza è ancora agli inizi ma di sicuro la visita ha suggellato un marchio indelebile sulla volontà di proseguire nella via della concordia, cercando così di opporre un veto duraturo agli inasprimenti degli scontri e dei toni che ancora troppo spesso si levano dal Medio Oriente.
Per chi invece crede che il cammino non debba essere così lungo ancora, ma breve, perché ci sono delle urgenze e dei mali che non guardano il credo a cui si appartiene, chiudiamo il nostro articolo di riflessione con una frase riportata qui in sintesi e tratta da “La Religione del mio tempo” di Pasolini (1961): “non fare il bene, questo significa peccare”.
|
|