Potere, intreccio di relazioni, anche pericolose
6 Gennaio 1980, 06 Gennaio 2010 e sull’omicidio Mattarella pare non sia stata ancora fatta piena luce.
Durante la commemorazione del grande personaggio politico della DC, Piero Grasso ha affermato: “ le indagini e i processi hanno fatto venire fuori quello che è il grande significato politico di questo omicidio, che io ricordo particolarmente perché ero il magistrato di turno. E’ stato l’omicidio che ha ripristinato, conservato quel perverso intreccio tra affari, mafia, politica e burocrazia siciliana, che ha funestato per tanti anni la nostra terra. Purtroppo le indagini sono arrivate fino ad un certo punto, non sono potute andare oltre i mandanti come capi mafiosi di quel tempo, forse la storia della Sicilia sarebbe cambiata senza quell’omicidio”.
La spiegazione del motivo legittimo per cui le indagini non sono potute andare oltre non c’è, ma ciò presume che forze esterne abbiano cooperato per l’uccisione del politico, inoltre, nella realtà dei fatti ancora non si sa chi ha sparato a Piersanti Mattarella.
A 30 anni dalla morte ancora non si sa quale mano ha ucciso; non è rassicurante per nessuno questa situazione, è oltraggiosa per chi ogni giorno lotta contro la criminalità e diffonde tra le persone un senso di impotenza di fronte ad un potere che troppo spesso sembra essere più forte e convincente dello Stato stesso.
Inoltre, troppe volte cadono i sospetti su una politica compiacente nei confronti della malavita, troppo spesso l’ombra della commistione potere pubblico-mafie spunta alla ribalta nel panorama italiano come se fosse un monito di inutilità d’azione per tutti coloro che lavorano per la trasparenza e la legalità.
Piersanti Mattarella venne eletto all’Assemblea Regionale siciliana nel 1967 nel collegio di Palermo e confermato per tre legislature consecutive. Dal 1971 al ’78 fu assessore regionale alla presidenza. Nello stesso anno venne eletto presidente della regione Sicilia e si pose alla guida di una giunta di centro sinistra, con il sostegno esterno del PCI.
Dopo una breve crisi politica, nel ‘79 formò un secondo governo, più o meno della stessa specie.
Era considerato l’uomo nuovo della democrazia Cristiana non solo in Sicilia, ma anche a livello nazionale, perché la sua guida e il suo referente all’interno del partito era Aldo Moro, che nel frattempo al Parlamento era impegnato ad una apertura della sua politica verso sinistra.
Piersanti a livello regionale proponeva una energica linea di rinnovamento; anche egli era impegnato in un fitto dialogo con il partito comunista e nell’esercizio del potere stava cercando di allontanare tutti quei loschi personaggi e chiunque non assicurasse una completa trasparenza nella gestione della cosa pubblica
che come diceva lui, non facevano onore al partito stesso perché invischiati in ambigui rapporti con la malavita organizzata.
Cercava interlocutori al di sopra di ogni sospetto e questa sua attitudine, questa perseveranza causò nel giro di pochissimi anni veri terremoti politici.
Nello stesso anno della sua elezione, si impegnò subito nel terreno fragile e pericoloso degli appalti: venne così approvata la sua legge regionale che mirava a rendere più cristalline le gare grazie a delle modifiche alle procedure di assegnazione e richiese subito l’elenco dei funzionari regionali nominati collaudatori di opere pubbliche per poter conoscere nome e cognome di chi agiva nel campo, snellendo così l’intervento in caso di illegalità.
Mattarella, nel ’79 aprì anche un’indagine sulle procedure di appalto che avevano presentato delle gravissime irregolarità per la realizzazione di sei scuole, del valore complessivo di 6 miliardi circa, aggiudicato ad alcune ditte riconducibili al capomafia Rosario Spatola.
Altro suo esempio di impegno politico nella lotta alla criminalità fu quando, in occasione della Conferenza regionale dell’agricoltura nel ’79, Mattarella appoggiò l’onorevole Pio La Torre, accusando di collusione con la criminalità lo stesso assessore all’agricoltura.
Ricordiamo che Pio La Torre, membro di spicco del partito comunista, venne ucciso nel 1982 il 30 Aprile insieme al suo autista Rosario Di Salvo; l’omicidio venne inizialmente rivendicato da gruppi proletari organizzati, ma solo nel 1992 Leonardo Messina, pentito di mafia, rivelò che La Torre venne condannato a morte per ordine di Totò Riina a causa della sua proposta di legge riguardante i patrimoni dei mafiosi.
Infatti nel ’72, quando venne eletto in Parlamento, propose subito una legge che introduceva il reato di associazione mafiosa (legge Rognoni-La Torre) ed una norma che prevedeva la confisca dei beni ai mafiosi.
Anche qui, 11 anni di ritardo nell’individuare il movente dell’omicidio dell’onorevole.
La DC Siciliana di Mattarella doveva quindi porre fine alle pericolose relazioni che alcuni notabili tenevano con la cupola mafiosa sia che questi contatti fossero diretti come nei casi di Ciancimino Vito e Salvo Lima, sia che si trattasse di connivenze e complicità derivanti dagli affari intrecciati tra politici e classe imprenditoriale isolana.
Tutto doveva essere reso trasparente e dovevano passare ai controlli le imprese regionali e nazionali che si erano assicurate nel corso degli anni ’70 gli appalti di Palermo e di tutta la Sicilia, dai servizi pubblici ai trasporti, dall’illuminazione urbana alla manutenzione stradale, dall’edilizia pubblica alla privata, dalle grandi opere come le dighe inutile che erano in progetto o in fieri ai viadotti fantasma, dagli edifici incompiuti alle autostrade pericolose.
Questo era il disegno di Piersanti e ovvio, era un personaggio scomodo. Consapevole della situazione critica e pericolosa in cui si trovava a causa del suo lavoro “ripulitore”, decise di fare un colloquio con un altro suo referente nazionale, l’allora Ministro degli interni Virginio Rognoni.
Si recò a Roma, ma il colloquio non fu buono, l’esito piuttosto sconfortante, sembrò che il Ministro non avesse ben compreso la gravità della situazione e non fu granchè propositivo nell’intervenire nel campo minato su cui ogni giorno si muoveva Piersanti. Così il giorno dopo dell’incontro disse al capo di gabinetto Maria Grazia Trizzino: “questa mattina sono stato col Ministro Rognoni ed ho avuto con lui un colloquio riservato sui problemi siciliani. Se dovesse succedere qualche cosa di molto grave per la mia persona, si ricordi di questo incontro perché a questo incontro è da collegare quanto di grave mi potrà accadere”.
Ancora oggi non sono chiare le rivelazioni che Mattarella abbia fatto al Ministro, dopo 30 anni nessuno si è voluto ricordare di quel colloquio.
La vicenda giudiziaria sul caso è stata lunga e complessa e si è conclusa senza fare piena luce sull’omicidio: come mandanti sono stati condannati all’ergastolo i boss Totò Riina, Michele Greco, Bernardo Provenzano, Brusca, Pippo Calò, Francesco Madonia e Antonino Geraci, ma l’inchiesta non è riuscita ad identificare né il sicario, né i presunti mandanti esterni.
Inizialmente si era pensato che il killer fosse Valerio Giuseppe Fioravanti, riconosciuto dalla moglie stessa del politico; ma poi diversi collaboratori di giustizia smentirono che egli c’entrasse qualcosa, infatti tra le tante cose che Buscetta raccontò poi al giudice Falcone, c’è la confessione che quello di Mattarella era un delitto di Cosa Nostra, che il terrorismo non c’entrava e per venirne a capo, bisognava controllare a chi furono affidati gli appalti dopo il suo omicidio; si sarebbero scoperte cose che avrebbero fatto paura. Ma anche questo compito forse non è stato portato avanti pienamente.
Noi concludiamo invece con le parole del procuratore Grasso che nel corso di una recente commemorazione ha ripreso proprio questa tesi ed ha affermato che l’uccisione di Piersanti Mattarella “fu un omicidio determinato da moventi complessi, con una coincidenza di interessi esterni a Cosa Nostra ma maturati in un contesto economico-politico mafioso in cui quegli interessi erano finiti per coincidere con l’obiettivo di tenere in piedi quel sistema politico-mafioso”.
Certo il concetto non è espresso apertamente e forse poteva essere più chiaro il messaggio, ma di sicuro ci fa comprendere che non tutta la verità, come ogni problema di Stato, non è stata rivelata o scoperta tutta.
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