In via di definizione le manovre per le alleanze nelle regionali?
A poco più di due mesi dalle elezioni amministrative regionali il segretario del Partito Democratico Pierluigi Bersani si ritrova a dover affrontare diverse gatte da pelare in rapporto alla scelta dei candidati a governatore e riguardo le alleanze elettorali con cui il PD intende fronteggiare in tutta Italia il PdL e in entrambi i casi il quadro generale della situazione appare assai confuso.
Innanzitutto sarà bene ricordare che le regioni in cui ci si recherà a votare per eleggere i nuovi governatori e i nuovi consigli saranno ben tredici e cioè: Liguria, Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Marche, Toscana, Umbria, Lazio, Campania, Puglia, Basilicata e Calabria.
A complicare ulteriormente il contesto delle cose per il segretario del PD c’è il fatto che di tutte queste regioni ben undici sono attualmente amministrate da coalizioni di centro sinistra contro le sole due, Lombardia e Veneto, governate da rappresentanti politici dell’alleanza PdL-Lega Nord.
Ma purtroppo Bersani sta subendo pressioni assurde, provenienti sia dall’interno del suo partito che dagli eventuali alleati, tali che in tutte le regioni in cui ci si recherà alle urne regna il caos più completo anche - e questa è la cosa più grave - in quelle storicamente governate dal centro sinistra tanto da essere definite “rosse”.
In Emilia Romagna, uno degli storici bacini di voti della sinistra italiana, ad esempio, il Partito Democratico si trova ad affrontare la campagna elettorale già azzoppato in partenza.
Tutto per il fatto che il sindaco di Bologna Flavio Del Bono, pupillo di Prodi, ha annunciato che ben presto rassegnerà le proprie dimissioni dalla carica di primo cittadino poiché suo malgrado è stato coinvolto in uno scandalo giudiziario riguardante le presunte accuse di aver utilizzato fondi pubblici, quando poco più di un anno fa era ancora vicegovernatore dell’Emilia, per pagare vacanze ed altre “spesucce” alla sua ex fidanzata, all’epoca dei fatti incriminati segretaria particolare oltre che compagna nella vita.
Punto nel vivo si è rifatto vivo addirittura Romano Prodi, di cui si erano perse le tracce da settimane, il quale, sentendosi in dovere di intervenire a difesa di Del Bono, non ha trovato niente di meglio da dire che affondare i colpi contro il povero Bersani - sempre più “Re Travicello“ della situazione - ed accusare il PD di essere in preda al caos più totale poiché privo di una guida politica adeguata.
Ma la situazione caotica in realtà non può essere esclusivamente riferibile solo all’Emilia ma anche ad altre regioni.
Nelle elezioni primarie pugliesi svoltesi domenica scorsa per scegliere il candidato della coalizione di centro sinistra alla carica di governatore regionale, l’uomo espressione del Partito Democratico, Boccia, nomen omen, è stato nettamente superato in termini di voti dal governatore uscente Vendola , esponente della sinistra radicale: circa il 70% contro il 30%. Tale sconfitta è risultata clamorosa non solo per il notevole distacco tra i due contendenti, ma è apparsa ancora più sensazionale poiché Boccia era direttamente appoggiato da Massimo D’Alema che da sempre è il “Padre Padrone” del Partito Democratico pugliese essendo egli originario di Gallipoli. L’inopinata debacle - anche se cinque anni orsono avvenne la stessa situazione con i medesimi attori - ha inoltre complicato ancor di più i rapporti e i tentativi di iniziare una alleanza politica con l’UDC di Casini: infatti in caso di vittoria di Boccia il partito centrista era già pronto a presentarsi in coalizione col Partito Democratico per supportare la corsa del candidato di centro sinistra a scapito di quello del PdL. La situazione sopra descritta ha avuto inoltre l’effetto di costringere i nipotini della “Balena bianca” a sostenere una propria candidatura in Puglia - propria per modo di dire in quanto la scelta è caduta su Adriana Poli Bortone già sindaco di Lecce, deputata e europarlamentare espressione prima del MSI poi di AN, ora in rotta con il PdL - in attesa di trovare un accordo con il partito di Berlusconi.
Addirittura sembra che la mancata intesa pugliese abbia fatto saltare gli accordi che erano in procinto di essere stipulati tra UDC e Partito Democratico in Calabria e Liguria: insomma c’è stato un vero è proprio effetto domino che ha scompaginato la strategia di Bersani e D’Alema tendente a creare nel maggior numero possibile di regioni italiane un fronte anti Berlusconi composto da PD, UDC ed IDV ed in qualche caso pure da sinistra estrema. Tale grande coalizione - in verità più una Unione di prodiana memoria ulteriormente allargata e corretta rispetto all’originale - avrebbe dovuto “scaldare i motori” in vista di eventuali elezioni anticipati o di una improvvisa defaillance dell’attuale maggioranza di governo guidata da Silvio Berlusconi.
Ma a conferma che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, ci si è messo pure il “buon” Tonino Di Pietro a complicare ulteriormente la situazione di Bersani.
Infatti l’ex PM di “Mani Pulite”, accortosi prontamente dell’estrema difficoltà in cui versa il Partito Democratico a causa dei fatti pugliesi ed emiliani, ha ben creduto di ottenere un tornaconto per il proprio partito cercando d’imporre un uomo di sua espressione politica per la candidatura alla carica di governatore della regione Calabria per l’intera coalizione di centrosinistra: l’imprenditore dell’industria conserviera Callipo.
Di Pietro in pratica cerca di ripetere in Calabria il colpo riuscito al Partito Radicale nel Lazio che ,approfittando del “trans-gate” che ha coinvolto il Governatore uscente Marrazzo (espressione politica del PD in generale e di Veltroni in particolare), è stato capace imporre Emma Bonino alla massima carica amministrativa regionale.
Il PD - che bene o male rappresenta circa il 30% dei consensi totali degli italiani - a causa della propria debolezza interna si trova quindi a dover sottostare non solo ai continui diktat delle correnti politiche da cui è composto ma pure a quelli di partiti politici minori che come tanti piccoli avvoltoi cercano in ogni modo ed in ogni circostanza di nutrirsi della carcassa in decomposizione del loro compagno di viaggio più grande.
Vedremo quindi se nei prossimi giorni la classe dirigente del Partito Democratico saprà ritrovare in se stessa le motivazioni e la forza necessarie per scrollarsi di dosso questo torpore che impedisce loro di creare finalmente un soggetto politico capace di veicolare e realizzare nel Paese un qualsivoglia progetto o proposta politica che non sia solo ed esclusivamente costituita dall’anti berlusconismo “senza se e senza ma”.
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