Ipotesi di cambiamento dalle urne delle presidenziali
L’attesa crescente per le elezioni presidenziali francesi della prossima primavera trova sì ragione nella speranza della cittadinanza da una parte e della comunità internazionale dall’altra, di arrivare finalmente ad un superamento della impasse politica in cui è sprofondata la Repubblica, ma anche nella “scandalosa” probabilità di un riallineamento nelle posizioni in politica estera tra le due sponde dell’atlantico.
Infatti, a partire dallo strappo che si consumò a seguito delle dispute diplomatiche sull’invasione statunitense dell’Iraq di Saddam Hussein voluta da G.W. Bush, vale la pena di ricordare come l’acme delle tensioni bilaterali raggiunse livelli oltre la guardia allorquando il Presidente in carica francese Jacques Chirac, durante un incontro tra i vertici delle due amministrazioni, chiedendo dove trovassero gli Stati Uniti la legittimità per compiere ciò che dichiaravano di voler compiere, si sentì rispondere dal Segretario alla Giustizia John Ashcroft che essa proveniva dalla stessa Costituzione statunitense.
Ma è realistico pensare ad una Francia post-gollista, con la voglia di farsi carico, di spiegare al vecchio continente le ragioni dell’amministrazione Bush?
La già ufficialmente candidata per il partito socialista, Ségolène Royal, al di là dei panni, da novella Giovanna d’Arco, indossati in difesa dei diritti civili e di uno stato sociale cui anche l’Economist consiglia di mettere tatcherianamente mano, nonché per una rinnovata attenzione alla qualità dell’esercizio della giustizia nella Repubblica Transalpina, posizione che coniugata con la sua discutibile ammirazione, recentemente esternata, per la velocità dei processi nella Repubblica Popolare Cinese lascia perplessi, quanto alla politica estera si dice convinta di voler rilanciare nel paese l’idea di Europa dopo il no al referendum, abbandonandosi quindi a spigolosità populiste contro il governo di Sua Maestà, a suo dire obbligato ad una scelta: la Gran Bretagna dovrebbe decidersi se superare le molte ambiguità, scegliendo di continuare ad essere “il cavallo di Troia” statunitense nell’Unione Europea o di essa un membro a tutti gli effetti.
Nulla di nuovo quindi sotto il sole nel caso all’Eliseo andasse a finire proprio la Royal? Fino ad un certo punto. Infatti la stessa Royal aldilà di un indiretto antiamericanismo di facciata, nei mesi scorsi ha appoggiato incondizionatamente una inaspettata – anche da parte della stessa amministrazione Bush – durezza nel condurre le trattative sul nucleare iraniano all’interno dell’EU-3 (Gran Bretagna, Germania e appunto Francia). Durezza bipartisan e sotto la benedizione di Chirac che non ha perdonato alla Siria e al socio finanziatore iraniano le responsabilità legate all’assassinio dell’ex premier libanese nonché amico Hariri.
Sul centro-destra qualcosa si muove, il candidato fresco di incoronamento Sarkozy, se trattando di tematiche socio-economiche sceglie spesso un approccio buonista ma responsabile, una versione aggiornata di conservatorismo compassionevole alla Bush, cui già il leader dell’opposizione tories Cameron ha dato mostra, sul futuro delle relazioni internazionali e delle alleanze strategiche mostra i muscoli, non perdendo occasione per marcare le distanze dalla realpolitik di De Villepin, non a caso uscito sbattendo la porta dalle primarie che lo hanno visto sconfitto e sconfessato proprio sul terreno dei risultati del suo Governo in politica estera. Sarkozy ribadisce continuamente come il legame che unisce la Francia agli U.S.A. nasca da una visione comune della democrazia e della libertà, valori ben più importanti e da tutelare che una irrealistica politica di potenza per una realtà da media-potenza regionale quale deve essere considerata a tutti gli effetti la Francia di oggi.
“Abbiamo gli stessi avversari, Bin Laden ha colpito New York, ma poteva benissimo colpire Parigi.” (Glenn Kesserl, “Visiting French PresidentialHopeful Laud U.S. Speech”).”, e ancora dal suo libro Testimony di prossima uscita per la Pantheon Books:
“Io non sono un codardo, sono orgoglioso di questa amicizia e lo proclamo felicemente. I sono per questa amicizia, sono orgoglioso di essa, e non ho intenzione di scusarmi per il sentimento di affinità con la più grande democrazia del mondo.”. Una distanza siderale dalle posizioni di Chirac che riconosceva candidamente come nelle scelte di politica estera lui avesse un unico principio guida per non sbagliarsi: quello di fare esattamente il contrario di ciò che faceva Washington.
Quanto la durezza anti-Iran di Parigi può quindi essere considerata preludio per una svolta bipartisan in politica estera lo dirà il tempo, certamente il cambio del Governo in Italia ha lasciato un vuoto nelle relazioni U.S.A.-U.E. che chiede solamente di essere riempito. Pantano libanese a parte infatti, con l’indebolimento di G.W. Bush dopo le elezioni di mid-term, l’Unione appare piattamente chiracchiana pur essendo il tempo di questi già felicemente liquidato dagli stessi cugini d’oltralpe, mostrando così l’Europa ancora una volta tutta la sua debolezza politica, il suo velleitarismo e la sua mancanza di visione, di interpretazione e penetrazione degli spazi strategici sensibili. Uno spazio che Sarkozy sembra voler sfruttare per ridare alla Francia il lustro perduto in questi anni buttati.
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