Anche se la storia...
Il colossal di Cameron, in anteprima in Italia, forte del suo miliardo e duecento milioni già incassati nel resto del mondo, è pronto a rapire lo spettatore anche da noi.
In un pomeriggio romano fastidiosamente piovoso, nell'auditorium di Via della Conciliazione affollato dai fortunati invitati, ha preso forma il sogno del regista canadese, qualcosa che va al di là della cinematografia a cui siamo abituati anche per chi del 3D ha fatto quasi un’abitudine.
E' bene rinunciare a qualsiasi confronto con i grandi film di fantascienza del passato, nulla a che vedere da un punto di vista narrativo con Blade Runner, la prima trilogia di Star Wars, 2001 odissea nello spazio, incontri ravvicinati del terzo tipo ecc. Questo film è un gigantesco e strabiliante esercizio di stile che mostra le grandi capacità del regista di coordinare e intrecciare i molteplici componenti che creano l’opera.
Non un contenitore del tutto vuoto ma una meraviglia estetica che non trova la stessa intensità nella trama.
La storia del film è piuttosto banale: il solito pout purri di sentimenti contrastanti che rendono l’essere umano o buono o cattivo, le vittime designate, il tesoro da carpire o salvaguardare.
Nulla che non sia stato già raccontato decine di volte, quello che questa volta cambia è il coinvolgimento che lo spettatore subisce: al momento dell’inizio del film si viene immediatamente proiettati in un mondo parallelo che se fosse solo creato dall’animazione digitale potrebbe essere facile da separare dalla realtà. Ma in questo lungometraggio di oltre due ore e mezzo la realtà si fonde perfettamente con la grafica digitale rendendo vivo quello che normalmente si ritiene nel migliore dei casi virtuale.
I contesti sono sorprendenti, la perfezione a cui è arrivata la moltitudine di persone che hanno partecipato alla realizzazione del film (i titoli di coda sono infiniti) porta l’entertainment ad un livello nuovo. Molto più elevato di quello che da poco più di un anno il mondo del cinema ci ha portato a conoscere.
Pensare di vedere Avatar con la visuale 2D tradizionale sarebbe come annacquare la più preziosa della bottiglie di Barolo, uno spreco che renderebbe la visione inutile.
Oltre quattro anni di lavorazione, un’attesa per la realizzazione pare lunga un ventennio dovuta ad una tecnologia solo adesso appena matura per renderla possibile. Quattrocento milioni di dollari per un lavoro incredibile che riesce a rapire anche il più scettico (come chi scrive) riguardo l’uso del 3D. Riuscire a vedere dettagli incredibilmente piccoli, entrare nel contesto e percepire la natura del pianeta Pandora come se si fosse lì accanto ai protagonisti, per il momento, è qualcosa di unico.
Non importa se la storia prende una piega tipicamente americana di aria liberal, scontata nel suo sviluppo già dopo quindici minuti di proiezione, d’altronde cosa si poteva inventare il regista? La guerra è antica quanto l’uomo e non è che una storia ambientata nel 2154 possa essere diversa, l’aspetto che Cameron ha voluto raccontare è la smania di conoscenza finalizzata allo sfruttamento che l’essere umano ha perpetrato sulla sua terra, per questo esaurita nelle sue risorse, che potrebbe essere fonte di una grave sconfitta sia sul campo di battaglia che su quello ideologico su mondi ancora inesplorati, il tutto condito con la perdita del contatto con la Grande Madre che da e toglie la vita e che da equilibrio al tutto. Un politically correct in 3D che purtroppo non segue la perfezione di un’estetica realizzativa che va dal pianeta completamente costruito e vissuto, alla lingua dei nativi, alla interazione con quanto di umano c’è nelle scene.
Certo la prima parte del film è decisamente più interessante: lo spettatore viene accompagnato in giro per le incredibili ambientazioni come se fosse in un museo con innumerevoli sale mentre la storia, nella sua parte più originale permette un facile apprendimento della struttura del racconto.
Non sono serviti grandi attori per rendere il film indimenticabile, anzi, la scelta di prendere attori di secondo piano non distrae mai da quanto esce dalla pellicola (nel vero senso della parola).
La grande capacità di Cameron di non eccedere mai nella formalità del film, il perfetto equilibrio tra dialoghi, effetti, musica ed emozioni mettono questa opera direttamente nella lista dei più grandi lungometraggi di fantascienza di sempre e questo non è davvero poco. Soprattutto perché questo genere di film porta al massimo sfruttamento le tecnologie a disposizione più di tutti gli altri.
Tutto questo non è una recensione, avendo intenzionalmente evitato di parlare nel dettaglio della storia e di qualsiasi cosa possa svelare aspetti del racconto che potrebbero rovinare la visione di chi ha avuto la pazienza di leggere, ma una semplice e ammirata condivisione per qualcosa che finalmente sorprende e che porta lontano anni luce da questo mondo.
Un film consigliato a tutti perché, al di là dei gusti, con questo film Cameron a reinventato il cinema nella la parte più istintiva, quella visiva che potrebbe strappare qualche ammirato sospiro anche ai cultori del cosiddetto cinema di qualità. E’ una scoperta scientifica, un record dei 100 metri, un gol all’ultimo minuto, è l’impossibile che diventa possibile, un nuovo punto di partenza per un’arte che ha improvvisamente ricominciato a correre verso il futuro, in attesa di Avatar 2.
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