Accordo sul nucleare

Nella sua ultima uscita sull’accordo per il nucleare iraniano sembra dare un colpo al cerchio e un altro alla botte. Obama ha ribadito come l’alternativa all’accordo con l’Iran sarebbe stata la guerra visto che senza le ispezioni rimarrebbe solo la possibilità dell’uso della forza militare.

Netanyahu ovviamente non concorda, ritendendo forse a torto forse a ragione, che il rischio di guerra è più concreto così. E il premier israliano può pensare altrimenti – ha tenuto a precisare il presidente americano. E ci mancherebbe. Il festival dell’ovvio insomma. Negoziati o guerra. Però le preoccupazioni di Natanyahu sono legittime. Nonostante i negoziati. In questa fase delicata Obama si è speso in lodi persino per Putin e il suo ruolo collaborativo nella faccenda. Insomma, più che del democratico, il presidente americano sembra aver indossato i panni del democristiano.

Ancora Obama, all’indomani della firma tra Teheran e i Paesi del 5+1: „Le preoccupazioni di Israele sulla propria sicurezza sono legittime. L’Iran è un grande Paese con un esercito importante, ha affermato che Israele non dovrebbe esistere, ha negato l’olocausto, ci sono missili puntati contro Tel Aviv e Israele ha ottime ragioni per essere inquieto, capisco le affermazioni (del premier israeliano) Benjamin Netanyahu”. Tutto e il contrario di tutto insomma, con argomentazioni che anzichè convincere destano maggiore inquietudine.

Ma il punto su cui batte Obama è legato al leit motiv dell’accordo, ossia il blocco delle armi nucleari su cui c’è chi gioca a fidarsi e c’è chi non ci riesce.

Secondo Obama l’ accordo va misurato non in base alla sua capacità di cambiare il regime in Iran, né su quella di risolvere ogni problema che possiamo avere in Iran, né di eliminare tutte le loro scellerate attività nel mondo. Va altresì misurato sulla sua capacità di non permettere all’Iran di avere la bomba atomica. Il presidente – come è evidente in tutte le sue dichiarazioni – è pienamente consapevole che deve „far ingoiare” l’accordo di Vienna non solo ad alleati scettici, ma anche ad un altrettanto scettico Congresso a guida repubblicana.

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