Ancora terrore

Molti giovani fra le vittime dell’attentato vicino al Centro culturale Amara di Suruç

Sul terreno, impregnato di sangue, un mucchio di corpi dilaniati. Almeno 32. La polizia locale è convinta che a causare l’esplosione di Suruç sia stata un’attentatrice dello Stato Islamico (Is).

Tuttavia, se non è possibile indicare con certezza il nome del gruppo che è dietro l’attacco di ieri, è possibile leggere i messaggi che l’atto terroristico ha voluto inviare. Innanzitutto si attacca l’unione e la solidarietà tra curdi turchi e i loro “fratelli” siriani, gli unici, quest’ultimi, che stanno riuscendo a infliggere delle importanti sconfitte ai fondamentalisti islamici dello Stato Islamico.

Il secondo messaggio è rivolto al governo turco che nelle ultime settimane ha arrestato vari militanti islamici. Il terzo è quello di esacerbare le già alte tensioni tra i curdi turchi e il governo islamista di Davutoglu. I primi, insoddisfatti già per lo stallo del processo di pace tra Ankara e il Partito dei lavoratori curdi (Pkk), accusano da tempo le autorità turche di essere complici del radicalismo jihadista degli uomini di al-Baghdadi. Chi ha ordito l’attentato di ieri, dunque, ha voluto di certo assestare un duro colpo alla fiducia (già ai minimi termini) della maggior parte dei curdi verso l’establishment islamista.

Nelle passate settimane il governo turco aveva dispiegato truppe a confine con la Siria perché ufficialmente “preoccupata” delle ricadute della guerra tra i curdi siriani, gruppi ribelli siriani e delle truppe del regime del presidente siriano Bashar al-Asad. C’è stato chi, più maliziosamente, ha osservato come la “preoccupazione” di Ankara sia nata dopo che le forze curde del Ypg e Ypj prendevano l’importante centro strategico di Tel Abyad.

Come Ankara agirà è al momento tutto da vedere. Il governo potrebbe strumentalizzare l’attacco e, “per motivi di sicurezza”, entrare in territorio siriano. E’ una ipotesi che ha fondamento. Non è un segreto del resto che il presidente Erdogan desideri entrare nella confinante Siria e che ciò sarebbe già avvenuto se non fosse stato per i vertici militari che hanno rimandatoil tutto a dopo la formazione di un governo. Proprio l’incertezza sul nuovo esecutivo potrebbe costituire per il momento un freno per un’avventura siriana.

Appare difficile ipotizzare, però, un cambio radicale della politica estera turca in Siria e Iraq. Che Ankara, dopo i fatti di Suruç, possa rivedere la sua posizione nei confronti dei curdi siriani e nella lotta al jihadismo appare improbabile.

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