Bavaglio ai media egiziani

Solco fra Occidente e Oriente sempre più ampio

Quanto accade in Egitto sancisce il fallimento più eclatante delle varie primavere arabe. La dittatura militare di Al Sisi che ha messo fuorilegge Morsi e i Fratelli musulmani che erano seguiti al regime autoritario di Mubarak, ancorché un freno funzionale alla marea islamista che rischia di sommergere il medio oriente, rappresenta altresì una inquietante minaccia per gli egiziani stessi. Il regime di controllo capillare del territorio presenta “effetti collaterali” quali il caso Regeni che ha avuto una vasta eco internazionale creando non poche difficoltà al Cairo, col regime costretto ad arrampicarsi sugli specchi. Ma di casi Regeni ne esistono altri, con vittime cittadini egiziani. Quando si dice cadere dalla padella nella brace.

Nel “piano segreto” emerso in maniera grottesca e studiato dal ministero dell’Interno egiziano per affrontare la crisi creata dall’arresto di due giornalisti nella sede del sindacato al Cairo, compare anche un ordine di censura sul caso della morte di Giulio Regeni, proposto al Procuratore generale. La richiesta di censura su Regeni è contenuta in una delle note inviate per errore ai media. Nella mail si legge di un piano per colpire il sindacato dei giornalisti, il suo presidente Yehia Qalash e il Cda.

Suddetta mail dimostra come il ministero dell’Interno stesse pianificando di intimidire Qalash e tutte le voci dell’opposizione all’interno del sindacato mediante la fabbricazione di prove che li avrebbero mandati in prigione. Nel testo si aggiunge che “le dichiarazioni della procura generale sull’arresto dei giornalisti, accusati di far parte di un piano per destabilizzare il paese e diffondere il caos, devono essere sfruttate a favore del ministero”. Nel testo i funzionari del ministero dell’Interno raccomandano inoltre che ufficiali di polizia in pensione compaiano in televisione per dare il via a una campagna contro il sindacato dei giornalisti.

Pertanto il piano di rafforzamento del regime militare passa inevitabimente per il controllo della stampa, lo spionaggio e il soffocamento sul nascere del dissenso non importa chi possa farne le spese. Un regime spietato e sanguinario che peggiora di molto le condizioni di vita degli egiziani rispetto ai tempi di Mubarak e colloca l’Egitto tra i paesi più a rischio nell’ottica di un dialogo con l’Occidente.

La libertà di stampa è un cardine della democrazia e della trasparenza e fotografa una situazione inquietante nel mondo arabo che rende difficile se non impossibile colmare il solco presente tra queste realtà e l’Occidente rendendo impossibile qualsiasi forma di dialogo e cooperazione, caso Regeni docet. Tale distanza piuttosto foriera di attriti a livello internazionale in quanto una stampa ridotta ai minimi termini nel libero esercizio della propria vitale funzione anziché servire da strumento a tutela dei cittadini e del diritto di essere correttamente informati, viene usata come una clava dai vari regimi che sono soliti coprire le proprie nefandezze attraverso manipolazioni, macchinazioni  e falsi.

È amaro rilevare come in paesi quali Turchia (che senza pudore nutre ambizioni d’integrazione europea) ed Egitto , a livello di libertà di stampa siano rispettivamente a 151esimo e al 159esimo posto. In questi come in altri Paesi in guerra e non, quali Iraq (158), Libia (164), Iran (169) e Yemen (170), esercitare il giornalismo è un vero e proprio atto di coraggio e la menzogna è il pane quotidiano servito a milioni di persone che brancolano nel buio. Occidente e Oriente appaiono sempre più lontani.

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