Brexit

Timori non solo politici

Non che ci volesse il referendum britannico a far luce sui problemi in seno all’Ue ma senz’altro il suo esito li ha certificati, aprendo un vulnus di difficile chiusura. Il popolo si è espresso con una volontà di uscita risicata e non omogenea a livello territoriale, aprendo anche un fronte interno da seguire con interesse ma tant’è: si esce. E per quanto illustri analisti quali Sergio Romano non si strappano le vesti, sostenendo che l’uscita del Regno Unito possa costituire persino un bene per le sorti dell’Ue, i tremori prevalgono. Sia a Londra che a Bruxelles. Oltre a Farage, primo vincitore di questa tornata referendaria storica, esultano anche Marine Le Pen e Matteo Salvini che dell’antieuropeismo han fatto uno dei loro più agguerriti cavalli di battaglia. Quel che si teme infatti ora è un effetto domino. E quel che più temono a Londra sono le ripercussioni a livello finanziario, tanto per scoraggiare altre exit strategy più o meno in progress a mezzo referendum e non. Sulla questione si è espresso – in termini inquietanti –  anche il nemico giurato della sterlina negli anni ’90, il magnate George Soros, che si è detto certo della fine dell’Ue. Non proprio una sentenza ma certamente un parere autorevole e da considerare.

Dunque, il popolo britannico chiamato alle urne per esprimersi sulla permanenza del loro Paese nell’Unione Europea o meno ha decretato: il Regno Unito lascia l’UE. In Inghilterra il dibattito è molto acceso e ha visto il coinvolgimento di diversi politici, istituzioni internazionali e nazionali nonché agenzie di rating e case d’affari.

Intanto, il FMI, le agenzie di rating, Obama e una lunga lista di personaggi ed organizzazioni, compresa la Bank of England, si sono schierati contro l’uscita dall’UE del Regno Unito ammonendo dei possibili rischi.

Il premier Cameron ha fatto di tutto per convincere sempre più cittadini a votare a favore di una permanenza UE ma ha fallito. E l’evento è già stato inserito nella top 5 dei possibili scenari catastrofici per i mercati dall’Economist.

Quale potrebbe essere l’impatto di un’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea? Su questo punto parecchi analisti, case d’affari e banche hanno cercato di dire la loro anche se, come evidenziato dallo stesso Parlamento inglese, non si sa con certezza cosa potrà succedere in termini economici.

Secondo uno studio della Bertelsmann Stiftung in collaborazione con l’Ifo Institute di Monaco, la Brexit potrebbe costare ai contribuenti inglesi circa 313 miliardi di Euro con il Pil in contrazione del 14% nell’arco di 12 anni.

Lo studio prende in considerazione due tipi di isolamento del Regno Unito a seguito della Brexit: uno più leggero e uno più pesante.

Nel caso dello scenario più accomodante la perdita pro capite del Pil si attesterebbe a 220 euro, mentre nel caso di scenario più sfavorevole la perdita pro capite arriverebbe a 1025 euro.

L’uscita del Regno Unito permetterebbe  altresì la cancellazione delle spese versate all’UE nella partecipazione al budget europeo (0,5% del Pil) che tuttavia non bilancerebbero l’emorragia di Pil causata dalla Brexit.

Alla Brexit potrebbero seguire delle ritorsioni quali la regolamentazione più stringente degli scambi con il Regno Unito. Una mossa del genere influenzerebbe diversi settori dell’economia inglese e per ognuno di loro avrebbe effetti più o meno pesanti.

Il settore finanziario potrebbe flettere di un 5% e appesantirsi nel caso in cui molti degli istituti finanziari con base a Londra decidessero di spostare le loro sedi nelle capitali finanziarie dell’Eurozona tipo Francoforte.

Il settore chimico è quello che subirebbe le perdite più alte stimate in un 11%.  Per converso, gli effetti per l’economia UE sarebbero meno gravi ma comunque tangibili.

Prendendo a riferimento l’altra economia più forte in UE ossia la Germania, lo studio mostra cifre ben diverse.

In uno scenario di basso isolamento negli scambi per l’Uk la Germania brucerebbe 8,7 miliardi di euro di Pil, mentre nel caso più sfavorevole ne perderebbe 58. In termini di pro capite, il caso più favorevole costerebbe 100 euro, mentre il caso più sfavorevole 700.

I settori più colpiti sarebbero quello dell’automotive con perdite stimate intorno al 2%, il settore dell’elettronica, quello siderurgico e il settore alimentare. Inoltre, per compensare la mancanza dei contributi al budget europeo da parte del Regno Unito, la sola Germania dovrebbe versare 2,5 miliardi di euro in più rispetto a quanto già versa.

In ogni caso, le stime economiche nascondono la paura di un’uscita a catena dall’UE.

Ora, lo scenario esposto si potrà avverare nel miglior caso entro 2 anni. Questo è ciò che prevede l’articolo 50 del Trattato dell’Unione Europea, il quale stabilisce in 2 anni il termine limite entro cui rinegoziare gli accordi con il Paese uscente.

Lo studio di Bertelsmann in realtà calcola solo costi economici ma non politici.

L’uscita di scena del Regno Unito però, potrebbe far scattare sogni di uscita sopiti in altri Paesi UE, come ad esempio Spagna, Portogallo, Grecia e Italia che sono stufe di politiche di austerity che durano ormai da anni.

Anche la Francia non è esente da venti di indipendenza europea, visto il successo di Marine Le Pen nelle recenti elezioni regionali che hanno fatto capire come i francesi comincino ad essere insofferenti alle politiche europee.

Va precisato che il cataclisma economico evidenziato da Bentelsmann così come Goldman Sachs o dalla Confindustria inglese (CBI) è ipotetico e sottintende le preoccupazioni di carattere forse più politico che non economico dei Paesi UE convinti (Germania e blocco nordico).

La Brexit potrebbe rappresentare l’inizio della fine della zona Euro e dell’Unione Europea e questo preoccupa più di tutto.

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