Il Medioriente dopo Obama

Neanche i più inveterati complottisti di area repubblicana avrebbero potuto immaginare che il “Change” promesso da Barack Hussein Obama avrebbe portato in soli otto anni la politica mediorentale degli Stati Uniti d’America così lontano da dove l’avevano lasciata sessanta anni di governi di Washington.

La gestione della crisi della Casa Bianca seguente all’attentato di Parigi targato ISIS del 13 novembre è stata orientata ad un intensa attività di propaganda atta a dimostrare con le parole la ferma decisione del Presidente americano di distruggere lo stato terrorista autoproclamatosi sul territorio al confine tra la Siria ed il nord dell’Iraq.

Ma sull’onda emozionale scatenatasi mentre ancora si piangeva la strage parigina una voce si è alzata contro la selva di messaggi partiti dall’Ufficio Stampa del Presidente: un gruppo di analisti di intelligence dello stesso Centcom, il centro di comando della difesa americana ha fatto emergere un rapporto del luglio scorso con cui venivano accusate le più alte linee di comando della difesa americana di aver fornito all’inquilino di Pennsylvania Avenue e all’opinione pubblica progressi inesistenti nella lotta allo Stato Islamico (http://www.thedailybeast.com/articles/2015/11/23/analysts-accuse-centcom-of-covering-up-cooked-isis-intelligence.html), cancellando prove di dinieghi ricevuti dall’amministrazione a numerose proposte di obiettivi da colpire e della sostanziale inefficacia e sovrastima degli attacchi USA all’entità del Califfo.

Fatti inquietanti a fronte dei quali il provvedimento presidenziale di apertura di una commissione di inchiesta non appare in grado di fugare le ombre e le ambiguità di questa amministrazione che in questi giorni è arrivata a giustificare l’abbattimento turco di un jet russo, reo di aver sconfinato nello spazio aereo di Ankara per 16 secondi mentre era diretto a bombardare le postazione dell’ISIS e delle milizie turcofone e di Al-Qaeda che combattono l’esercito del regime di Assad.

Ha buon gioco Barack Obama a ribadire i diritti della Turchia e la sua appartenenza alla Nato, ma c’è da chiedersi per quanto ancora visto che Hakan Fidan, capo dei servizi di Erdogan, indicendo una conferenza stampa ha chiesto il riconoscimento dell’ISIS da parte di Ankara e l’intervento Nato a favore della stessa ISIS contro l’aggressione russa (!), ecco le testuali parole

L’ISIS è una realtà e dobbiamo accettare che non possiamo sradicare una organizzazione così bene organizzata e popolare come lo Stato Islamico.

Comunque io prego i miei colleghi occidentali di rivedere le loro convinzioni sulle politiche islamiche, ritirarsi dalle loro mentalità ciniche e contrastare i piani di Vladimir Putin di sconfiggere i Rivoluzionari Islamisti Siriani” (http://www.rischiocalcolato.it/2015/11/terza-guerra-mondiale-capo-dei-servizi-segreti-turchi-dichiara-la-nato-deve-aiutare-lisis-a-combatter-linvasione-russa-cosa.html).

Considerato il progetto di una vasta operazione militare congiunta turco-statunitense al confine turco-siriano (http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2015/11/18/siria-turchia-operazione-anti-isis-al-confine.-raqqa-bombe-da-francia-e-russia-uccisi-33-miliziani_d70393f2-4915-4abc-959a-e51accc5a7dc.html) ufficialmente in chiave anti-ISIS ma i più smaliziati dicono in chiave di difesa contro una possibile invasione russa di terra insieme a ciò che resta del regime di Assad, c’è da chiedersi se gli Stati Uniti d’America non si rendano conto di essere diventati un alleato fondamentale per il successo del disegno di Erdogan nel cuore che fu dell’Impero della Sublime Porta.

Essere riusciti a rendere la russia di Putin un alleato credibile degli europei nella loro difesa della sicurezza, giacché la Russia è l’unica potenza a muovere autenticamente guerra alle milizie dell’IS, fiancheggiare indirettamente un ridisegno del Medio Oriente verso un ritorno allo status quo pre Grande Guerra, l’intervento militare di Putin pro-Assad in chiave anti ISIS appare aver scoperchiato il vaso di pandora.

Homo homini lupus, tutti i disegni in politica estera sono possibili ma lasciare il dubbio che la patria di libertà e democrazia, la repubblica di Thomas Jefferson, the Land of the free, per raggiungere suoi più o meno discutibili obiettivi geopolitici si serva indirettamente del terrorismo islamico che mira deliberatamente a minare le società europee lascia stupefatti.

Certo, le città degli States non sono obiettivi primari dell’ISIS, lo sono di più quelle europee, notevolmente più a portata di mano e un attentato in Europa significa uno scampato pericolo oltre atlantico ma solo una politica estera miope può non rendersi conto che un tale disegno rischia in prospettiva di provocare spaccature di portata epocale nell’alleanza atlantica sorta sulle ceneri della seconda guerra mondiale.

ça va sans dire, e allora diventa illuminante lo scetticismo di Tel Aviv verso questa Casa Bianca, uno scetticismo che ha portato Netanhiau ad esprimere apertamente il suo dissenso rispetto alle politiche mediorientali obamniane facendo scalpore negli States: Bibi, al cospetto del fastidio malcelato di Barack, ha reclamato per Israele, la necessità di fare da sola, ebbene per gli europei presto potrebbe arrivare lo stesso momento.

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