In Bosnia il mondo in piccolo

Sarajevo come simbolo. La chiamavano la “Gerusalemme d’Europa”, una speranza e insieme un destino nel nome. I segni della guerra restano, sulla pelle degli abitanti e su molti edifici. Pallottole e ferite. A vent’anni dalla fine della guerra, il Papa in Bosnia-Erzegovina ha ripreso il filo del discorso fatto a Redipuglia: gli orrori del secolo scorso e la “terza guerra mondiale, combattuta a pezzi” di oggi.

Il Papa è giunto in Bosnia che rappresenta in piccolo una situazione globalizzata.

Egli sottolinea come il clima di guerra attuale è favorito da alcuni soggetti interessati alla destabilizzazione dei processi di pace e democratici.

Il risultato? Una sorta di terza guerra mondiale combattuta “a pezzi”; e, nel contesto della comunicazione globale, si percepisce un clima di guerra. Papa Francesco è durissimo, sottolineando che nel mondo c’è chi questo clima vuole crearlo e fomentarlo deliberatamente, in particolare coloro che cercano lo scontro tra diverse culture e civiltà, e anche coloro che speculano sulle guerre per vendere armi. Ma la guerra significa bambini, donne e anziani nei campi profughi; significa dislocamenti forzati; significa case, strade, fabbriche distrutte; significa soprattutto tante vite spezzate. Francesco, citando Gesù, con “beati gli operatori di pace”, fa notare che c’è necessita di chi opera fattivamente per essa, non di “predicatori di pace”.

Tutta la differenza che passa tra chiacchiere e fatti. E infatti puntualizza: “Tutti sono capaci di proclamare la pace, magari in maniera ipocrita e menzognera”. No, bisogna essere “operatori”: la pace occorre “farla” ed è un lavoro duro che richiede perseveranza e buona volontà.

Egli stesso si presenta come pellegrino di pace e dialogo, 18 anni dopo la storica visita di San Giovanni Paolo II. Il ruolo di questo Paese richiede di costruire sempre nuovi ponti e di curare e restaurare quelli esistenti. Il Papa si rivolge in all’Unione Europea, come a tutti i Paesi e le organizzazioni presenti e operanti nel territorio, perché favorisca il processo di pacificazione in corso ma non esaurito. La Bosnia-Erzegovina è a pieno titolo parte dell’Europa e tutte le sue vicissitudini sono vicissitudini europee. Gli sforzi intrapresi in direzione della pace e della convivenza civile non devono andare vanificati. Bisogna pertanto insistere malgrado le criticità del momento che si vive a livello globale. Perciò, pace e concordia tra croati, serbi e bosniaci musulmani, le iniziative volte ad accrescerle ulteriormente, le relazioni cordiali e fraterne tra musulmani, ebrei e cristiani, hanno un’importanza che va oltre i confini nazionalie che andrebbe estese al mondo.

Conclude infatti il Papa: “Esse testimoniano al mondo intero che la collaborazione tra varie etnie e religioni in vista del bene comune è possibile, che un pluralismo di culture e tradizioni può sussistere e dare vita a soluzioni originali ed efficaci dei problemi, che anche le ferite più profonde possono essere sanate da un percorso che purifichi la memoria e dia speranza per l’avvenire”.

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