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Pressione fiscale al 45%

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Pressione fiscale al 45%
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Montimanovra

I nuovi interventi contenuti nella manovra si concentrano per i due terzi sulle entrate, portando la pressione fiscale al 45%

a cura di Avanzino Capponi

Che la manovra varata dal Governo Monti non mettesse le mani nelle tasche degli italiani era cosa ormai scontata ed assodata, ma che lo facesse in questi termini è davvero drammatico. La fotografia della situazione economica e finanziaria dell'Italia sta tutta nella manovra. Quindi Governo tecnico o Governo politico la sostanza non cambia, questo è il punto su cui bisogna fare una riflessione, e tale riflessione la debbono fare tutti dagli elettori agli addetti ai lavori. La verità oggettiva sta nella difficoltà oggettiva che il nostro Paese sta incontrando nel risanare i conti pubblici e nel far ripartire l'economia a prescindere dai Governi che potrebbero risolvere la questione. Dunque, sgomberato il campo da ogni dissipazione mediatica e speculazione demagogica sulla capacità politica di alcuni Governi di rimettere a posto l'economia di un Paese intero, ci ritroviamo di fronte ancora una volta alla drammaticità degli eventi sia a livello europeo che nazionale ed ora non ci sono alibi occorre affrontarli senza indugio. Lo spirito della manovra Monti segue questa immediatezza e si accinge a fare cassa introitando quasi tutto dall'innalzamento della pressione fiscale. Il dibattito politico e mediatico, da giorni, si concentra sul tema della manovra, e più precisamente su quali soggetti dovranno sopportare il maggior costo delle contribuzione fiscale e quali, invece, lo sosterranno ma in modo meno oneroso. È emersa una verità incontestabile ma molto triste, cioè il peso della tassazione fiscale a livello nazionale verrà sostenuto da una maggioranza di cittadini che hanno un reddito medio-basso e quindi, la inevitabile conclusione e contestazione parlamentare su questo squilibrio, a pagare, insomma sono sempre i poveri.

Una precisazione va fatta a riguardo e potrebbe fornire qualche altro elemento di riflessione a testimonianza che coniugare crescita, equità e rigore non è cosa semplice: se l'Italia è costituita da una maggioranza di lavoratori che hanno percepiscono un reddito basso, e da una ristretta minoranza di ricchi è ovvio che in sede di tassazione per tutti quelli che sopporteranno maggiormente il carico fiscale saranno i più poveri proprio a causa della numerosità del campione e quindi del ceto. Altro problema poi è cercare di recuperare più risorse di quelle che si recuperano nei confronti delle classi più agiate e di quelle che posseggono barche di lusso e cospicue rendite finanziarie. Si stima che oggi, dalla tassazione applicata alle varie classi sociali, da quelle più ricche vengono recuperati soltanto 500 milioni di euro. Quindi, se il dato fosse vero, sarebbe davvero deludente, perché a fronte di questa stima ,il recupero delle risorse dai ricchi sarebbe quasi nullo in termini di incidenza sul bilancio pubblico e questo proprio a causa del fatto che in Italia ci sono moltissimi poveri e pochissimi ricchi. Data questa struttura sociale ed economica è evidente che se lo Stato dovesse alzare la pressione fiscale la situazione dei poveri verrebbe ulteriormente aggravata.

La pressione fiscale al 45% non solo aumenta il gap tra ricchi e poveri, effetto che va ad aggiungersi in parte a quello prodotto dalla moneta unica e più precisamente dal suo cambio scellerato fatto in sede europea dall'ex premier Romano Prodi di uno a due ma va a produrre un effetto restrittivo sulla crescita dell'economia italiana.



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