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Il fine non giustifichi i mezzi

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Il fine non giustifichi i mezzi
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Per una volta è necessario che maggioranza ed opposizione collaborino al raggiungimento di un comune obiettivo: salvaguardare l'interesse dell'Italia

a cura della Redazione

A voler essere ottimisti a tutti i costi si potrebbe dire che il malato - l'Italia - è grave ma non moribondo, ma una dichiarazione del genere potrebbe portare i politici nostrani a tirare un sospiro di sollievo e permettere loro di continuare a tempo indefinito il tira e molla di dichiarazioni e comportamenti che da decenni ingessano la vita istituzionale, e non solo, del Paese.

Invece ragionando a mente fredda senza lasciarsi trasportare dalle barriere ideologiche che la rivalità politica molto spesso riesce ad innalzare o dalle paure che necessariamente la situazione economica attuale può generare, dobbiamo trarre insegnamento da questa realtà e qualche beneficio dal momento storico che ci ritroviamo ad affrontare.

Insomma in parole povere il dilemma è solo uno: rischiare di affondare definitivamente tutti insieme per ottenere una "vittoria di Pirro" oppure trovare le forze e lo scatto mentale che ci consenta non solo di ripartire di slancio ma pure di pianificare su solide basi il futuro delle generazioni venture e cercare di essere, almeno in Europa, il contraltare all'asse Parigi - Berlino che a poco a poco sta assoggettando l'economia dell'intero continente.

La gravità dell'attuale frangente non è data solo dai parametri economici italiani che sono effettivamente scadenti, ma non più di altri periodi storici e molto meno negativi rispetto a quanto altri Paesi europei concorrenti vanno sbandierando a destra e manca, ma soprattutto dal fatto che ancora una volta solo una parte delle riforme necessarie al Paese sono state messe in cantiere nonostante l'enorme forza politica, in termini numerici in Parlamento e di consenso popolare nel Paese, di cui la maggioranza di governo poteva fino a qualche mese fa godere largamente.

Insomma non c'entra - o per lo meno non solamente - né il tasso di disoccupazione, né la forza delle banche italiane, né la capacità del tessuto produttivo italiano di "resettarsi" per affrontare le sfide sempre nuove che il mercato globale impone ogni giorno, né l'aumentare continuo dello "spread" Bund - BTP o il Prodotto Interno Lordo da troppi lustri posizionati su livelli di crescita appena decenti. Quello che veramente sembra "piombare" le ali del Paese - del resto le parole di Obama che tra le righe ha dichiarato non essere la permanenza di Berlusconi il problema dell'Italia a livello economico - è l'impasse politico-istituzionale con cui da troppo tempo ci ritroviamo a convivere.

Rappresentanti delle Istituzioni che diventano capi popolo, funzionari dello Stato autorivalutatisi alle dimensioni di piccoli feudatari, burocrazia attorcigliata su se stessa, sindacati buoni solo a bloccare il rinnovamento, classe politica a tutti i livelli e di tutti i partiti inadeguata - culturalmente e tecnicamente - a trovare le soluzioni ad annosi problemi. I mercati internazionali e gli speculatori finanziari puniscono o approfittano non solo dei parametri macroeconomici italiani ma soprattutto della debolezza che caratterizza il mondo politico italiano: come possono avere fiducia dell'Italia all'estero se neppure con una maggioranza ampia come quella uscita fuori dalle elezioni del 2008 si riescono a fare le riforme necessarie?



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