Vincitore della Palma d'Oro a Cannes ecco il film più autobiografico di un regista che riprende la vita, ma per assurdo rifiuta di farsi riprendere e fotografare
a cura di Raffaella Borgese
The Tree of Life è visionario fino al midollo. Lo è a livello narrativo, concettuale, visivo. E' un'esperienza totalizzante che mette in azione ogni organo umano necessario per la ricezione di una qualsiasi opera "filmica". Terrence Malick è uno dei registi meno prolifici nella storia del cinema, in 40 anni di carriera solo sei le pellicole all'attivo (incluso un cortometraggio). Nel marzo del 2008 batte il primo ciak di questo suo sesto lavoro e dopo due anni di montaggio ha presentato la pellicola all'ultimo festival di Cannes (da poco conclusosi) vincendone anche la Palma d'Oro, ma ovviamente, com' è sua tradizione non si è presentato a ritirare il premio, preso in consegna dal produttore del film, Bill Pohlad. La pellicola è visivamente stupefacente: dai viottoli della provincia texana, la macchina da presa del regista sale fino alle stelle con tanto di Big Bang, dinosauri e asteroidi mostrati come mai prima era stato fatto. Come Kubrick con Odissea nello spazio anche Malick crea il suo monumento mistico alla specie umana, la cui vita è segnata da una regola semplice nel dirla, ma difficile nell'applicarla: l'unico modo per essere felici è amare.
I pensieri intimi dei protagonisti espressi con parole appena sussurrate, risuonano come bombe emotive nell'animo degli spettatori. Nella prima ora si assiste a un capolavoro di immagini, nella seconda il regista continua a raccontare la storia di una famiglia del Texas degli anni '50 affidandosi più a forza visiva e confessioni spirituali che a un preciso percorso narrativo. C'è una storia che ci comprende tutti: singolarmente, come parte di una famiglia e come parte del creato. Va dalla notte dei tempi e del pensiero, passa attraverso la mutazione della materia e arriva alla vita che si trasforma ripetutamente fino a diventare ciascuno di noi. Poi però la vita finisce e ...? La risposta di Malick (e non è una sorpresa se lo si conosce) è che a quel punto ci ritroveremo tutti, per primi i nostri cari, stretti in un abbraccio secondo una visione dell'al di là pacificamente mistica. Il film racconta, dunque, il ciclo della vita sulla terra alternando l'approccio cosmologico a quello umanista. Il primo si materializza in una lunga sequenza semi – astratta di forte impatto visivo (che ricorda il viaggio di Bowman in 2001), mentre il secondo si traduce con la storia di una famiglia americana degli anni '50: padre (Brad Pitt) madre e tre figli, la cui narrazione viene sconvolta nell'ordine cronologico con costruzione su più piani temporali. Il tutto parte con la morte di uno dei tre figli alternando il dramma alle immagini di uno dei ragazzi ormai adulto (Sean Penn) e dirigente di una compagnia finanziaria. Salto temporale indietro fino al Big Bang per raccontare l'origine della vita in generale e in particolare, concretizzandosi nell'esistenza del figlio maggiore, di un uomo rigido e di una madre molto dolce. Nelle sequenze più visionarie il registra mostra il suo talento astratto mentre in quelle familiari preponderante è la sua sensibilità, soprattutto nella descrizione del rapporto tra i fratelli. La crescita è apprendistato alla vita, accettazione del perturbante, consapevolezza che non siamo soli (la nascita dei fratelli minori) conoscenza della deformità (bambino ustionato) e della morte (il ragazzino che affoga in piscina).
The Tree of Life è sicuramente impegnativo e lo spessore è di alto profilo, il linguaggio non è semplice, ma nel totale la pellicola vive di percezioni trasmettendo grande suggestione, l'importante è lasciare aperta la porta delle emozioni perché è questo il film più personale e sincero che potessimo aspettarci dall'autore de La sottile linea rossa.



