Una passione che ha presentato un conto altissimo, ma fa parte del gioco
a cura della Redazione
Domenica 23 ottobre 2011, circuito di Sepang, Marco Simoncelli (Sic o SuperSic se preferite) muore dopo aver perso il controllo della sua moto alla curva 11.
La morte di un pilota è sempre una tragedia, amplificata oltre modo dalla diretta mondiale e dalla ripetizione fino allo sfinimento delle immagini dello schianto. D'altronde a quasi 30 anni dal 8 maggio del 1982 le immagini da Zolder dell'incidente dell'indimenticabile Gilles Villeneuve, che come una bambola di pezza veniva strappato dal suo abitacolo e dopo un volo impressionante si andava ad abbattere sul terreno in corrispondenza di un paletto della rete di protezione, sono incise dentro di me, come un filmato che se pur sbiadito non perde la forza di una verità che non vorresti accettare.
Muore a soli 24 anni, con il padre e la fidanzata ai box, muore investisto dall'amico di sempre Valentino Rossi, di cui qualcuno sperava avrebbe saputo raccogliere l'eredità sportiva. Muore il ragazzo "antico" dal sorriso aperto e sincero, muore il pilota veloce ed aggressivo, spesso sul confine labile tra il sorpasso straordinario e la manovra eccessiva. Muore con lui la nostra speranza che essere ricchi e famosi ci renda anche immortali.
Ma c'è una cosa che non capisco. Già dopo pochi minuti dopo l'incidente si sono spesi fiumi di parole, e di conseguenza di titoli di giornale, su cosa "non ha funzionato", sulla causa dell'incidente di Marco, sul perché fosse morto. Non dubito che i tecnici della Honda ed i responsabili del motomondiale debbano fare una indagine puntuale ed approfondita per verificare se esistono delle cause tecniche all'incidente di Marco Simoncelli, così che l'evento non si riproponga (si pensi alla rottura dello sterzo nell'incidente che causò la morte di Senna nel 1994), ma l'opinione pubblica perché se lo domanda? A me sembra straordianriamente chiaro cosa ha ucciso Marco: Marco Simoncelli è stato ucciso dalla passione che aveva per guidare una moto al limite. Trovo irritante e finto scrivere sui giornali che è stata l'elettronica o le gomme ad uccidere Marco Simoncelli. Perché è così difficile accettare che alcune persone scelgono di vivere dedicandosi completamente, ed accettando il rischio di morire, per una passione. Karl Unterkircher, Patrick de Gayardon, Audrey Mestre solo per citarne alcuni in sport diversi da quello delle corse, hanno trovato la morte in quello che per loro era la vita: la montagna, il cielo ed il mare.
Inizio a pensare che per tutti coloro che passano la vita senza essersi potuti dedicare alla propria passione, quindi compreso il sottoscritto, c'è invidia e quindi l'impossibilità di accettare che qualcuno lo abbia fatto e che di conseguenza abbia accettato la propria morte con il sorriso sulle labbra. Non esiste una "montagna assassina" o un "mare crudele" e pertanto neanche una "elettronica/pneumatici omicida", esistono solo gli esseri umani, con le loro passioni e i loro margini di scelta, con il loro destino e la possibilità di mutarlo.
Zanardi, che la morte in faccia l'ha vista sulle 4 ruote, ha scritto di Marco: "Se Marco era lì a correre era perchè lo aveva scelto, aveva realizzato il suo sogno. Poi ci sono operai che cadono dalle impalcature e muoiono sull'asfalto: rischiano la vita senza averlo scelto" (Leggo del 24 ottobre 2011 pagina 3). Nelle interviste di ieri il grande Giacomo Agostini parlava delle gomme: "Forse le gomme attuali hanno dei problemi ad entrare in temperatura, d'altronde siamo noi piloti che chiediamo che siano sempre più performanti e lo siano dal primo all'ultimo giro, non si può pretendere tutto".
Pertanto chiediamo a questa informazione di lasciarci piangere la perdita di Marco Simoncelli, uomo e pilota, e di non cercare a tutti i costi cause "non umane" ad un evento naturale quale la morte, anzi che questi eventi ci riportino alla caducità della vita ed alla necessità di vivere ogni giorno di essa pienamente, sapendo che la vita dura poco.



