Islamizzazione

La risposta di Erdogan

Quando si dice la cura peggio della malattia. Oppure esercitando la nobile arte del paradosso, in realtà, pare che il golpe, non sia per nulla fallito, anzi.

C’è un filo rosso che collega la colossale epurazione, in corso in questi giorni in Turchia e il fallito golpe, e i fatti politici degli ultimi anni.

Come se i nomi delle quasi 60mila persone arrestate, interdette o sollevate dai pubblici uffici dopo lo scorso 15 luglio, fossero inseriti da tempo in una lista e si attendesse solo il momento giusto. Nella battaglia tra Erdogan e i sostenitori di Gulen, ritenuto dall’Akp il regista del golpe al Sultano di venerdì, cadono le teste di dipendenti pubblici, insegnanti, militari, rettori.

Tabula rasa.

La repressione rinvigorisce il conservatorismo di matrice islamica nel Paese, a partire dalla riforma della scuola, orientata verso l’islamizzazione dell’istruzione. E Ataturk finisce nel cassetto. Per strada, i lealisti islamisti sventolano i loro vessilli rossi, viaggiando su auto coperte con la bandiera con la mezzaluna.

Il governo da mesi chiedeva ai militari di intervenire contro i fedeli dell’imam in esilio volontario negli Usa, perché forte è il sospetto sulla possibilità di azioni di sabotaggiodel Paese.

Per render l’idea dell’enorme repulisti in atto, un po’ di numeri: 29.464 i dipendenti pubblici sospesi, compresi poliziotti e uomini delle forze di sicurezza; 21mila docenti di scuole private si sono visti revocare l’abilitazione all’insegnamento; 7.899 soldati sono detenuti, tra il mezzo milione di militari e riservisti turchi, mentre sono 103 i generali e gli ammiragli arrestati; 950 i civili arrestati. Sale dunque a 9.322 il totale delle persone finite alla sbarra con l’accusa di tradimento, o per sospetti legami con la rete legata a “Feto, cane del diavolo” (così è chiamato Gulen). Nel mirino sono finiti anche i 1.577 rettori di tutte le università pubbliche e private turche, sollevati dai loro incarichi, le cui dimissioni sono state chieste dal Consiglio per l’educazione superiore. Il Consiglio supremo radiotelevisivo della Turchia (Rtuk) ha poi annullato le licenze a “tutte le emittenti di radio e televisione che hanno dato sostegno ai cospiratori golpisti”. Una decisione che si presta a una pericolosa interpretazione estensiva, nonostante ildecreto non nomini esplicitamente alcun media.

La mannaia è cauta anche sulla magistratura: 2.754 giudici fatti dimettere dopo il fallito golpe, su un totale di 66.260 impiegati in 78 associazioni legate all’ordine degli avvocati nazionale. Numeri alla mano, su 78.741.053 abitanti, con un’età media di 31 anni, tra il 2015 e il 2016 erano 302.961 gli insegnanti della scuola primaria per una popolazione studentesca di 5.360.703, impiegati su 26.522 scuole; sono inoltre 5.211.506 gli studenti di scuola secondaria di primo grado, che frequentano 17.343 scuole, seguiti da 322.680 docenti; infine sono 5.807.643 gli studenti delle scuole superiori, per 10.550 scuole e 335.690 insegnanti. Dati importanti, ricavati dal sito ufficiale del Turkish Statistical Institute, che danno la misura di quanto, con le ultime epurazioni, cambi il sistema scolastico turco.

La morsa di Erdogan sembra avere radici ben più profonde, tanto che le epurazioni sono l’ultimo drammatico colpo di coda di un tiranno che prova a legittimare il suo potere attraverso la repressione in tutti i settori della società civile. A dare la dimensione di quanto sta accadendo in queste ore aldilà del Bosforo c’è anche la riforma del sistema scolastico approvata nel 2012, con la quale Erdogan ha favorito l’insediamento degli istituti coranici e l’introduzione dell’ora facoltativa di religione musulmana a scuola. Il sistema scolastico turco si struttura ora con la formula del 4+4+4, prolungando da otto a 12 anni la durata della scuola dell’obbligo. E’ nel frazionamento dei tre cicli in quattro anni che i laici hanno intravisto il pericolo dell’esodo da una parte verso il lavoro minorile e dall’altra verso gli “Imam Hatip Lisesi”, scuole religiose islamiche dove si è formato lo stesso Erdogan.

Una riforma che non era stata salutata con favore dai laici del partito di Kemal Kilicdaroglu, leader del Chp, e la cui approvazione era stata preceduta da manifestazioni: circa duemila persone erano scese in piazza per schierarsi contro la riforma, represse poi dalla polizia con lacrimogeni e idranti.

La crescita del numero degli “Imam Hatip Lisesi” giustificherebbe una maggiore tendenza verso l’islamizzazione del sistema scolastico in Turchia. Inoltre, il Parlamento, con la riforma del 2012, ha abolito il corso obbligatorio di ‘sicurezza nazionale’ somministrato dai militari nelle scuole superiori, così come la cerimonia digiuramento nelle scuole elementari. In base ai dati forniti da alcuni studi recenti, solo dal 2003 (anno in cui Erdogan sale al potere come Primo Ministro) al 2014 si passa da 84.898 imam-hatip, su 3.587.436 studenti totali che frequentavano le scuole superiori, a 546.433 nel 2014, con una popolazione studentesca quasi raddoppiata e pari a 5.691.071 studenti in età adolescenziale.

In percentuale, dopo l’arrivo dell’Akp al potere, il numero deglistudenti frequentanti le imam-hatip è cresciuto del 9,6%. L’islamizzazione della società turca si percepisce in queste ore anche a seguito del rinvigorirsi dell’azione della Direzione per gli affari religiosi, la Diyanet, massima istituzione sunnita del paese, sotto il controllo statale, che assegna gli imam alle moschee e redige i sermoni del venerdì. Fino a gennaio scorso, in Turchia vigeva il rilascio della carta d’identità con le indicazioni cromatiche con distinzione tra uomo e donna (rispettivamente blu e rosa) e quelle sulla religione di appartenenza.

La domanda a questo punto è: con quali abiti intende presentarsi Erdogan al cospetto dell’Europa?

O meglio: tenterà di entrarvi forzando la serratura a suon di ricatti o, sistemate le cose, provvederà a darsi una “ripulita”?

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