Jihadisti in agguato

Albania-Italia, la rete del terrore è internazionale e pianificata

E’ del 7 gennaio 2017 la notizia che per l’Italia la minaccia terroristica si sta intensificando dal mar Adriatico, quindi dalla zona Balcanica e dall’Albania.

In realtà questo potrebbe spiegare anche la tenacia con la quale il nostro paese continua a mantenere la sua presenza militare in Kosovo: non tanto per le problematiche legate alla non proprio serena convivenza tra serbi e kosovari, quanto per la sempre più forte radicalizzazione dell’Islam (wahabita e salafita), soprattutto in alcune zone.

Le stime della Kfor affermano che soltanto nel Kosovo la presenza di foreign fighters è altissima e oltre un centinaio di questi hanno combattuto in Siria e sono tornati. La Bosnia e l’Albania sono all’incirca sulle stesse cifre.

Tra albanesi e kosovari c’è un legame molto forte, poiché i secondi sono di etnia albanese, sono musulmani e da non pochi viene coltivato il sogno di una grande Albania, frutto dell’unione tra le due entità statali.

Di fatto ci sono due fronti di probabile, se non certa, penetrazione jihadista nel nostro paese: l’est, la zona Balcanica compresa l’Albania e il Nord Africa.

L’attenzione per questa situazione è però tardiva perché da tempo i semi dell’estremizzazione in questi territori sono stati gettati.

Altro nodo che preoccupa i nostri Servizi è il fatto che questi mercenari stiano rientrando e ciò può avere due motivazioni: la prima, che hanno terminato il loro compito, la seconda, che perdendo terreno in Siria e Iraq, l’aggressività e l’aggressione vengono spostate in Europa.

La verità però è che non siamo davanti a situazioni fortuite, ma ci si trova ad affrontare una dinamica ben congegnata e pianificata. Il ritorno dei mujaheddin era previsto, come è previsto il loro avvicendamento e com’è previsto il loro indottrinamento in patria, il loro addestramento in generale e sui campi di battaglia, lo stipendio che percepisce ognuno di loro e il mantenimento economico che le rispettive famiglie hanno sia nel periodo in cui il combattente è fuori sia in caso di morte dello stesso. Non stanno tornando perché in guerra stanno subendo sconfitte; tornano perché così deve essere. Il piano è ampio e globale e non si esaurisce certamente in Siria o in Iraq.

Sin dalla nascita di questo “Isis”, si stima che dai Balcani siano partiti almeno mille foreign fighters. L’Intelligence ha riferito che in alcuni villaggi dell’Albania, soprattutto quelli vicino al confine con il Kosovo, sono esposte al vento bandiere dell’Isis.

Due sono le situazioni che preoccupano l’Italia per il versante est: la presenza in Puglia di diverse comunità albanesi molto radicate sul territorio e gli stretti legami tra la criminalità organizzata delle due sponde dell’Adriatico.

In generale forse una regola bisognerebbe tenerla bene a mente: che se non sono gli stati a fare gli accordi internazionali per risolvere le situazioni, allora saranno le rispettive criminalità ad accordarsi e a fungere da ponte per i loro esclusivi interessi.

Da qui ne viene un secondo sospetto, che potrebbe non essere opportuno rinchiudere i condannati per terrorismo negli stessi carceri dei mafiosi anche se ridotti in regime di 41 bis (riformato). Il problema però è che il maggiore proselitismo avviene nelle carceri normali e nei luoghi di culto fuori controllo, quindi tutto sommato non c’è una reale alternativa per ora.

Altra nota importante e che purtroppo potrebbe aprire a delle polemiche è che si dovrebbe evitare di creare dei quartieri alla “Molenbeek”, ossia zone ad alta concentrazione di musulmani seguaci di un Islam radicale wahabita e salafita, perché ovviamente qui si può annidare il pericolo jihadista così come i fatti di Parigi/Bruxelles hanno mostrato.

Non è una questione di intolleranza, è puramente un fatto di sicurezza nazionale perché il problema esiste ed è reale e pericoloso.

Alla luce di ciò, risulta dunque appropriato attenzionare queste realtà pugliesi poiché l’Albania presenta diverse criticità.

Innanzitutto secondo un rapporto reso pubblico dal governo di Tirana nel Dicembre 2016, il 40% delle famiglie possiede armi illegalmente e questa pratica potrebbe essere esportata da noi, sia come cattiva abitudine e sia potrebbe contaminare la mentalità del nostro territorio. Nei fatti, vengono dal sud est albanese esponenti di spicco della malavita pugliese che vivono da anni nel barese, attivi in particolare nel traffico di stupefacenti e in quello di armi.

I Servizi hanno poi recentemente (notizia del 7 gennaio 2017) segnalato come fortemente pericolosi una decina di imam, due dei quali attualmente in carcere. Il più pericoloso di questi, Almir Daci, soprannominato Abu Bakr al Albani, si considera morto ad Aprile scorso in Siria. Daci reggeva una moschea a Leshnica dove ha radicalizzato centinaia di uomini.

Altro lavoro importante che si sta cercando di fare è quello di regolarizzare le moschee e i luoghi di culto: attualmente molte sembrano essere del tutto fuori controllo. Lo stesso problema comunque, ce l’ha l’Italia.

Già il 21 Dicembre del 2015 appariva un articolo dove il responsabile del Comitato di Stato per i Culti, Ilir Dizdari, affermava durante una conferenza che 200 moschee su 727 non erano regolari. Non tutte dimostravano problemi connessi al proselitismo/reclutamento e al terrorismo, ma di sicuro non possedevano parametri di sicurezza.

Ilir Dizdari accusava in parte di questa situazione il KMSH, l’unica organizzazione Islamica ufficiale che lo stato Albanese riconosce, perché colpevole di non attenersi in modo adeguato ai suoi compiti: vigilare sul proliferare di moschee e luoghi di culto non uniformi all’ordinamento, non opporsi ai predicatori estremisti e non criticare con sufficiente forza, indignazione e severità le forme di predicazione che portano allo sviluppo di idee terroristiche.

In Albania, ma come del resto in Italia, esistono moschee indipendenti rispetto al KMSH e questo è un fatto pericolosissimo.

Ma nel nostro paese in verità, non esiste neanche un organo unitario rappresentante dell’Islam che si pone come interlocutore qualificato nel dialogo con le istituzioni statali. I diversi tentativi dei governi che si sono succeduti per realizzare questo progetto non sono mai andati in porto poiché ogni fazione musulmana ha sempre presentato se stessa come l’unica voce valida.

Solo nel 2012 coi Ministri Annamaria Cancellieri e Andrea Riccardi è nata la Confederazione Islamica Italiana che unisce 250 moschee sparse su tutto il territorio. Esse hanno scelto di condividere una serie di valori sottoscrivendo una nuova Carta. L’associazione, fortemente voluta dal Centro Islamico Culturale d’Italia e sostenuta dal governo del Marocco, comprende, come ha dichiarato lo stesso ambasciatore del Marocco Hassan Abou Youb, “solo moschee di tradizione malichita, che rispettano l’islam moderato”. Non ne fanno parte, dunque, i luoghi di culto legati all’UCOII, espressione dell’Islam più radicale.

Purtroppo la globalizzazione ha portato a globalizzare anche il crimine e il terrorismo, ma i paesi l’hanno voluto capire tardi.

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