Missione Cuba

Da Giovanni Paolo II, ieri, oggi e domani

Papa Francesco è un Pontefice che invia i suoi messaggi in modo chiaro e cristallino, senza timore; è un uomo aperto, che parla in modo semplice per arrivare a tutti, ma ciò non vuol dire che per questo non si debba dar peso alle sue parole e creare casi che attirino l’attenzione.

Si prenda ad esempio l’eccentrico coming out del prete polacco, Krzysztof Charamsa: che bisogno c’era di mettere in campo quel teatrino quando il Papa ha esplicitamente affermato che il problema sono le lobbies non i gay, poiché sugli omosessuali lui non giudica?

Quella dei giorni scorsi è risultata allora una forzatura un po’ sospetta e per niente seria più che un coming out e decisamente, ha lasciato il tempo che ha trovato, quelle due ore in un ristorante di Roma. Il libro in uscita di Charamsa non ne gioverà.

Ha un suono particolare anche la domanda che è stata fatta a Bergoglio dopo il viaggio a Cuba; qualcuno della stampa gli ha chiesto se era comunista. Di sicuro si apre una riflessione.

Curioso chiedere ad un Pontefice se è comunista, soprattutto se lo stesso aveva da poco affermato la seguente frase: “Non si servono le ideologie, ma le persone. Chi non vive per servire, non serve per vivere”. Il comunismo è anche un’ideologia, quindi non è chiaro il senso della “pregunta” viste le parole del Papa; invece, per tutta risposta ciò che più è risuonato, è l’invito ad ognuno di noi di andare a leggere la Dottrina Sociale della Chiesa, dove addirittura in un punto, si parla di “resistenza e lotta armata”. Insomma la Chiesa è donna, conosce la storia, ma mai si è professata comunista.

Probabilmente ci si riferiva alle parole e all’operato di Papa Francesco, ma qualcuno ha mai chiesto a Benedetto XVI, Papa Ratzinger se era comunista, quando alla fine del suo viaggio a Cuba (26/28 Marzo 2012), salutò l’isola dicendo “Hasta siempre, Cuba”? Oppure qualcuno ha mai affermato ufficialmente, su giornali o tv la notizia che Gesù Cristo è stato il primo comunista della storia poiché predicava che è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli? La questione si può argomentare, la riflessione sarebbe molto ampia e interessante,ma di notizie o casi tanto ufficiali non c’è traccia.

Il fatto invece di notevole considerazione è stato il ruolo diplomatico che il Vaticano ha intessuto nel disgelo tra Cuba e Stati Uniti, culminato nell’operato di Francesco.

Wojtyla venne eletto e cadde il muro di Berlino, la distensione venne da est; da poco la nomina è andata a Bergoglio, un Papa argentino dai confini del mondo ed è caduto il muro tra gli USA e Cuba. Il Sud America in primo piano.

Interessante, come quasi se la scelta del Pontefice suggelli, garantisca o anticipi un percorso tracciato o in fieri, dalla politica internazionale, in effetti. Ma è una teoria e capire un così ampio scenario internazionale è molto difficile.

E’ stato Giovanni Paolo II nel suo viaggio a Cuba (21-25 Gennaio 1998) ad aprire lo scenario dicendo: “Possa Cuba aprirsi con tutte le sue magnifiche possibilità al mondo e possa il mondo aprirsi a Cuba”.

I punti focali in quell’occasione furono la richiesta di avere maggiore spazio per la missione della chiesa, quindi libertà, fiducia reciproca, giustizia sociale e pace. L’accento cadde anche sull’aborto (definito un crimine da Wojtyla) e sulla centralità della famiglia, disgregata dall’emigrazione e dalla disoccupazione.

Alla luce del progetto di apertura, di notevole importanza fu l’invito che il Pontefice rivolse a tutti i cristiani di avere una presenza attiva in tutti gli ambienti della società e denunciò come l’attuale Papa Francesco, quel neoliberismo capitalista che subordina la persona umana e condiziona lo sviluppo dei popoli alle forze cieche del mercato. Si scagliò, come Bergoglio ha fatto più volte, contro quei pesi insopportabili posti alle Nazioni come condizioni per ricevere nuovi aiuti e programmi economici insostenibili.

Infine altro nodo fondamentale fu la denuncia contro l’embargo americano imposto a Cuba, definendo inaccettabile l’isolamento dell’Isola caraibica.

Se ieri partì l’appello oggi siamo arrivati di fatto, grazie all’intermediazione diplomatica di Bergoglio, alla fine della chiusura.

Ma certo, dovrà essere qualcosa da compiersi in maniera graduale, vigilando affinché non dilaghino la corruzione, la cultura del capitalismo e del consumismo più aggressivi; si dovrà vigilare perché l’isola non venga scambiata per una colonia dove imporre modelli e stili di vita anomali, estranei all’identità del popolo e, irresponsabili.

Sarà di sicuro necessario custodire quello spirito di egualitarismo che caratterizza Cuba,

infatti il monito non si è fatto attendere: non deificare la ricchezza, ha detto Francesco. E’ necessario amministrare saggiamente il denaro, ma esaltare la brama dei beni materiali impoverisce gli animi, rendendoli mediocri. “Il Santo popolo fedele di Dio teme la chiusura, la cristallizzazione in élite, l’attaccamento alle proprie sicurezze”.

Costruire ponti, è il suo messaggio, unire attraverso il dialogo, non per strategia ma per fedeltà al concetto di amore.

La strada è tracciata e giunta a quel punto che si immaginò partendo con Papa Giovanni Paolo II; ora ci vorranno degli anni perché tutto venga portato a compimento nella maniera più equilibrata possibile.

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