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Notizia del 21/05/2008 19.21.00
A cura di: Ilaria Parpaglioni    
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Al Lingotto le questioni sociali
Al Lingotto le questioni sociali XXI Fiera del libro di Torino. Ultima parte

Terminiamo il nostro appuntamento con la XXI edizione della Fiera Internazionale del Libro (08-12/05/2008) di Torino raccontando gli eventi di carattere più sociale trattati al Lingotto.
Inizio con l’appuntamento di sabato 10 alla sala Rossa, ore 17.30, in occasione della presentazione del libro di Alessandra Dino; il tema era la mafia devota: chiesa, religione e Cosa Nostra.
Con l’autrice, sono intervenuti al dibattito Gianrico Carofiglio, Gian Carlo Caselli e don Luigi Ciotti. Nomi che non hanno certo bisogno di presentazione.
Gli argomenti affrontati sono stati la ritualità della mafia, la sua religiosità e gli atteggiamenti della malavita, anche di copiatura, nei confronti della Chiesa.
Voglio sottolineare che questo evento è stato a dir poco educativo, tuonante e tremendamente deciso contro ogni mafia; stare lì ha significato toccare con mano quanto deve essere impietosa la lotta contro chi vuole essere padrone in una casa che non è la sua; i relatori hanno suscitato un imperativo categorico fondamentale in ognuno: coraggio.
Carofiglio racconta di come la mafia presente in Puglia sia imitativa di quelle storiche, con simili rituali di affiliazione ed innalzamento di grado, decisi in base alla logica che il più violento si impone come capo o vice. Addirittura ci sono dei gradi in base ai delitti commessi e vige un’unica regola: quella del più forte.
La parola passa a Caselli e nella sala irrompe la sua voce.
La chiesa, dice, ha spesso criticato la figura del pentito perchè realmente la sua coscienza non desidera liberarsi del male che ha fatto; questi quindi, rappresenta solo una forma di contratto tra il malvivente e lo stato; è solo un traditore. Caselli invece afferma che in realtà, quando i pentiti parlano di imputati eccellenti, vengono denigrati e considerati da buttare via.
Nel suo blindatissimo soggiorno a Palermo, racconta, che quando andava in chiesa, era rarissimo sentir parlare di mafia, quasi come se il dramma non esistesse; ma la realtà che bisogna sempre aver chiara nella mente è che, peccato non è solo fare ciò che non si deve fare, ma è anche, non fare ciò che si dovrebbe fare.
Nel 1993 quando Papa Giovanni Paolo II ad Agrigento, tuonò contro la mafia e contro ogni tacita pacatezza della chiesa siciliana con essa, i risultati furono l’attentato alla basilica di S.Giovanni a Roma e l’omicidio di Padre Puglisi. E solo nell’Aprile del 1994 la chiesa scomunica di fatto i mafiosi, affermando la loro incompatibilità con la religiosità.
Chi è inserito negli schemi del potere non arriva fino in fondo a comprendere, dice Caselli, che chi è morto di mafia, l’ha fatto come atto di fede e se l’uccisione è stato il risultato di una vita condotta onestamente in difesa della legalità è perché tutti noi non siamo stati abbastanza vivi da renderci conto di quello che accadeva.
La chiesa deve fare energicamente sua l’idea che chi è morto di mafia era assetato e affamato di giustizia e non deve neanche per un momento soffermarsi sulla possibilità del compromesso e della compiacenza.
E’ la volta di don Luigi Ciotti e la sala vibra per la sua incontenibile energia, per le sue precise, chiare, forti, accorate parole contro le mafie.
Non solo lui si scalda, ma è tutta la sala a raccogliersi in riflessione con lui, ad ascoltarlo silenziosamente ma decisamente motivata dalle sue affermazioni.
Don Luigi Ciotti fa due premesse fondamentali:
la mafia oggi è vivissima e sono perniciose illusioni quelle di chi pensa che solo perché alcune teste sono cadute, allora siamo vicini alla sconfitta;
la lotta alla mafia richiede una continuità ed una coerenza fortissime.
Il prete denuncia che il messaggio della chiesa riguardante l’incompatibilità delle mafie con il cristianesimo è arrivato in ritardo, invece già da tempo bisognava strattonare qualsiasi responsabilità, perché esse tolgono i diritti.
I suoi discorsi, cadono anche sulla morte di Don Peppino Diana, che aveva incontrato pochi giorni prima di essere ucciso dalla camorra; di questo fatto ne sottolinea la allucinante campagna denigratoria che si è fatta su di lui, dicendo che aveva problemi di donne e la cosa più vergognosa è stata l’indifferenza della comunità che non ha speso una parola per difendere il suo prete.
La chiesa dice don Ciotti, deve essere chiara nei confronti delle organizzazioni criminali, proprio come fece don Peppino, perché quello di Dio è un messaggio di pace.
Quando la chiesa non prende sufficientemente posizioni, non va difesa dice il relatore, perché a difenderla ci pensa lo Spirito Santo, mentre invece noi uomini dobbiamo occuparci delle cose difficili.
Per ultima parla Alessandra Dino, l’autrice del libro. Il suo interesse, prima di pensare a questo libro, era indirizzato al ruolo delle donne nelle mafie, ma poi, si è resa conto, tramite fonti e studi, che tutte facevano riferimento ad una sorta di fede, ricorrendo a rituali, sacralità e simboli religiosi.
In queste organizzazioni criminali, l’indebolimento della ritualità indica un venir meno di una certa coesione interna.
Addirittura è successo, che il percorso di alcune processioni in paesini interni della Sicilia, venisse deviato perché bisognava andare ad omaggiare mafiosi appena usciti di galera.
Quindi nel libro, l’autrice si chiede, come sia possibile ai mafiosi uccidere e poi circolare liberamente in chiesa e come sia possibile che questa sia all’oscuro di tutto, compreso chi frequenta messa.
Conclude l’intervento con un auspicio, espresso anche nel suo libro: la chiesa deve rompere i legami territoriali e le radici storiche per essere in grado di combattere la mafia, perché quest’ultima è capace e attacca la chiesa quando si permette di interferire in affari che “non sono suoi”.
La seconda relazione che voglio esporre è quella che si è tenuta venerdì 9 Maggio alle 21 alla Pagoda sui diritti di ieri e di oggi, da Martin Luther King all’odierna immigrazione.
Sono intervenuti alla conferenza l’ex ministro Paolo Ferrero e Paolo Naso.
Inizialmente è stata introdotta l’esperienza di Martin Luther King: importantissimo è stato il contesto in cui egli ha agito, perché non è stato King a fare il movimento, ma è il movimento che rivendicava i diritti civili dei neri d’America a fare King.
King viene scelto come leader perché giovane, arrivato da poco in Alabama e perché aveva indubbiamente una eccezionale capacità oratoria.
Egli prende posizioni contro la guerra in Vietnam, perché denunciava un filo che accomunava, povertà, militarismo e razzismo: voleva dimostrare che c’erano i soldi per fare la guerra, ma non per realizzare l’emancipazione per i neri poveri d’America.
Prima di passare la parola all’ex ministro, il relatore conclude con una nota critica, ricordando che tutti i documenti sul processo di King sono secretati fino al 2020.
Ferrero prende la parola e comincia a discutere sulla necessaria parità di diritti civili e sociali degli immigrati di oggi.
King, dice, lottava contro una segregazione che aveva radici storiche, oggi il razzismo invece ha un sostrato fondamentale: fino a poco tempo fa si era abituati a vivere il sogno americano, cioè un’idea progressista che vede la realizzazione di condizioni di vita migliori di generazione in generazione; rispetto a ciò, oggi si vive un’amara disillusione. Quindi la colpa di questa situazione viene scaricata sugli immigrati o sull’economia globale, vedi Cina, vedi India. Quindi l’autoctono si difende.
Poi l’ex ministro prende ad analizzare quelle situazioni dove secondo lui si cela razzismo oggi ed una di queste è ad esempio il problema delle liste degli asili nido sottolineando che zero punti vanno ai figli degli immigrati e che addirittura i clandestini non possono mandare i loro figli all’asilo. Ferrero dice che in un contesto di problemi economici l’Italia sta rispondendo con una chiusura dei diritti.
A questo punto per forza di cose, le domande possibili da fare all’ex ministro sono tantissime e mi accingo a formularle silenziosamente nella mia mente: ma l’ex ministro forse non si è accorto che è stato al governo anche lui? No perché pare che parli come se lui non avesse avute delle responsabilità in questi anni; a dire il vero sembra uno scrutatore esterno che sta facendo un’analisi un poco superficiale dei fatti. Ma ha per caso una sorella o una cugina che non sanno dove lasciare il proprio figlio di un anno, perché agli asili nido comunali non c’è posto ?
Che forse il problema principale su cui ruota il discorso immigrazione-disponibilità di risorse sta nel fatto che economicamente parlando l’Italia e gli Italiani stanno vivendo un periodo durissimo e non vedono come sia consentita loro la possibilità di migliorare le proprie condizioni di vita e che la chiusura dei diritti è un dato di fatto che sperimentano sulla propria pelle ogni giorno, a partire dal diritto al lavoro che di certo non è garantito in Italia sebbene la Costituzione dica che il nostro paese è una Repubblica fondata sul Lavoro?
Che forse quando si parla di rivedere la Costituzione, s’intende anche rivedere articoli fondanti del genere, perché in verità non corrispondono più al vero?
Ma dove vive l’ex Ministro? Forse oltre a “fascisti su Marte” si dovrebbe fare un altro documentario intitolato magari “PD su Marte”.
In tutto ciò una domanda dal pubblico mi precede: “Perché la sinistra ha lasciato che solo la destra si occupasse della legalità? L’idea che trionfa è che la prima non si sia impegnata su questo fronte, ma abbia delegato alla seconda questo dovere”.
L’ex ministro sinceramente sembrava un po’ turbato da questa questione postagli e poi ha risposto affermando che il punto fondamentale sta nella propaganda che si fa sulla sicurezza; egli propone quindi di lavorare di nuovo sulla tessitura sociale, ponendo però una particolare cautela critica su ciò che dicono i mass media. Quindi prima di tutto focalizzare l’attenzione sulle relazioni che scaturiscono dall’informazione e poi ricostruire invece una densità di relazioni sociali.
Questa risposta ha lasciato quella certa sensazione di chi ha parlato un sonoro politichese e che apre a quel tanto di perplessità che irrimediabilmente fa esclamare, con un’espressione del volto un po’concentrata e un po’fissa, un rassegnato “bha”.
Ci tengo a citare altre belle esperienze fatte alla fiera come quella che trattava l’argomento resistenza, guerra e rivolta, dove veniva presentato tra le altre interessantissime cose, il libro di Piero Burzio “ Kin dei monti”. Esso parla della resistenza nella seconda guerra mondiale e della Liberazione come un’esperienza anche esistenziale. Il 25 Aprile il protagonista del libro, il piccolo Kin compie 10 anni; il tutto assume il senso di una metafora della sua crescita. Infatti all’arrivo del nemico nel suo paesino di Montagna Viù, il bimbo viene chiuso in una cantina per sfuggire alla guerra e alla fine, ne esce liberato e pronto, nel suo decimo anno di età, a fare i conti con le proprie paure, continuando poi a costruire nuove cantine da dove poi dover di nuovo venir fuori. Nel testo, la resistenza viene considerata non un punto d’arrivo ma una tappa che segna nella vita, ogni personale superamento e una continua evoluzione critica e spirituale.
Molto interessante è stata anche la presentazione del libro/inchiesta di Stefano Livadiotti “l’altra casta”. Un reportage critico e provocatorio sulla casta dei sindacati, soffocata ormai dall’inefficienza, costruita come una macchina bizantina, che ha perso del tutto la sua innocenza in cambio di potere e sopravvivenza. Gli interventi dei relatori sottolineano come i sindacati ormai siano diventati una gigantesca sovrastruttura, dove vige una grande confusione e una scarsa visione di organismo e rappresentanza.
Callieri afferma che in molti casi si scambia forse il senso di rappresentanza con la difesa di lobby e di interessi tutti particolari. Il sindacato deve ormai capire che è più importante chi il lavoro non ce l’ha di chi già uno ne possiede.
Si insiste sulla necessità di facilitare l’accesso al lavoro e i sindacati devono comprendere che non si favorisce lo sviluppo quando si ingabbia il sistema in logiche di protezione, quando si blocca l’accesso al lavoro e quando si favoriscono le corporazioni. I sindacati soffrono di problemi gravi come scarsa rappresentanza, trasparenza e affidabilità; inoltre bisogna ricordare che c’è chi non gode oggi neanche di una rappresentanza. Essi devono dire no all’antagonismo, al conflitto e sì all’arricchimento di chi non lavora e di chi già lo fa.
Il libro dice Livadiotti non è contro il sindacato, ma è un campanello di allarme.
Concludo la pagina della fiera con l’affermazione di un’artista di nome Saba, grande ospite tra i protagonisti di Lingua Madre a questa edizione 2008 con tema la bellezza: questa, dice lei, deve essere intesa come cura; la musica, l’arte, la letteratura hanno la proprietà di curare la vita individuale dal disagio esistenziale e a livello societario esse sono portatrici di ideologie e creatività.
 

info@lapiazzaditalia.it
 
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