Popper: una società aperta

Mercoledì 9 settembre, Angela Merkel intervenendo al Bundestag sull’eccezionalità dell’ondata migratoria, ha usato le parole “società aperta” per indicare l’idea e il ruolo che la Germania incarna in tempi in cui le politiche di accoglienza dei paesi sono messe a dura prova.

Di fronte alla magnanima svolta tedesca di sospendere il trattato di Dublino per i profughi siriani può però accadere di restare un po’ perplessi, per diversi motivi e perché come è noto, la Siria non è l’unica zona al mondo dove la guerra e le atrocità colpiscono i popoli.

Il concetto di “società aperta” rimanda a un grande pensatore dei nostri tempi: Karl Popper, il più grande filosofo della scienza del ventesimo secolo, nato a Vienna e morto nel Settembre del 1994 a Londra.

Nella sua opera magistrale, “La società aperta e i suoi nemici” (1945), attraverso un percorso di critica allo storicismo e al determinismo, partendo da Platone e passando per Hegel e Marx, demolisce ogni totalitarismo a difesa di una società democratica dove ogni soluzione politica deve essere sottoposta al principio di “confutazione” e “verifica”.

In estrema sintesi, le società aperte, (come l’uomo aperto) sono quelle società che si preoccupano soprattutto di controllare i governanti, che non si chiedono chi deve governare ma come si deve governare. L’etica di una tale organizzazione e dell’uomo che ne fa parte, è un’etica umanitaria, un insieme di idee generose, il cui operato volge alla minimizzazione della miseria e delle sofferenze, dove la crudeltà viene bandita.

Infine, la società aperta non è estesa agli intolleranti.

In Popper è frequente il richiamo alla responsabilità individuale, alla propria libertà rispetto alle pressioni provenienti dai poteri moderni (economico, politico e dell’informazione); l’uomo della società aperta ha l’esigenza di essere razionale, di accettare le proprie responsabilità, fatto che indubbiamente comporta stress, ma dice Popper, questo è il prezzo da pagare per essere umani, per puntare all’accrescimento, alla cooperazione e all’aiuto reciproco. Se vogliamo restare umani bisogna percorrere la strada che porta alla società aperta; è necessario procedere verso l’ignoto, verso l’incertezza e l’insicurezza usando quel po’ di ragione che abbiamo per realizzare nella maniera migliore possibile, due fini fondamentali: la sicurezza e la libertà.

Ora, di fronte alle vicende degli ultimi anni, visto il panorama internazionale che via via si è andato a porre, non si può dire che sia stato proprio perseguito il cammino della “società aperta” e la Germania della potente Merkel è stata in primo piano a remare un po’ contro questa visione.

Le istituzioni europee così come sono state concepite fino ad ora, non sono assolutamente soggette a percorsi di critica e di verifica. Questo vale sia per la politica economica che per la politica internazionale.

Se è vero come è vero, che una società è aperta quando il potere è soggetto al controllo, dov’è stata la democrazia in questi anni? I risultati si vedono.

Le società chiuse sono per Popper quelle tribali, dove il bellicismo è un aspetto tattico fondamentale; allora basta volgere lo sguardo al Medioriente e all’Africa per rendersi conto di quanto l’area Atlantica sia stata permeata da visioni chiuse e poco lungimiranti, in quanto responsabile direttamente o per procura dei conflitti in corso nel mondo.

Se è vero, come di sicuro lo è, che il percorso verso la società aperta deve mirare a realizzare sicurezza e libertà, è lecito chiedersi su quale punto della strada si sia persa la politica europea, di cui la Germania è per altro, un esponente di spicco.

E’ probabile che ci si domandi anche a quale bivio errato l’Unione Europea abbia girato tra il 1990 e il 2013, quando ha partorito e modificato un trattato di Dublino non pensando a situazioni di emergenza e non concependo che un rifugiato può sì, approdare in un posto ma avere altro in mente come punto di arrivo.

Dove era la società aperta del politico Merkel e dell’Europa, quando 800 migranti hanno perso orribilmente la vita nel Mediterraneo? La Comunità Europea si accorge di loro soltanto se le persone iniziano a morire in casa loro, sulle strade verso l’Austria, verso Monaco, o Budapest? L’Italia è diverso tempo che dice che l’immigrazione è un problema europeo, ma l’Ue non ha fatto che guardare a Est, verso l’Ucraina e verso Putin.

Dov’è il senso della cooperazione se i paesi dell’Aerea Atlantica non si arrendono all’evidenza che per risolvere la situazione siriana c’è bisogno di accordarsi con la Russia, con l’Iran e di non cacciare Al Assad, che è l’unico elemento di equilibrio in una zona pericolosissima?

E un governo che sospende l’Accordo di Dublino soltanto per i siriani, per quanto comunque questo sia un gesto positivo, non è espressione forse di una società aperta giusto a un quarto, visto che si dimenticano così i somali, gli eritrei, i nigeriani, etc.? Perché solo i siriani? E’ noto che essi sono colti, hanno passaporti e documenti, sono specializzati poiché provengono da uno Stato notevolmente laico, quello Stato, la Siria, che si è fatto piombare nel terrore e il cui Presidente si vuole cacciare.

Ma quanti sul cammino verso l’agognata Germania buttano i passaporti? Afghani, Pakistani, Iracheni, foreign fighters?

Non è così che si pensano e si controllano le politiche migratorie, poiché una società aperta è lungimirante e le soluzioni le vaglia al senso critico e alla verifica.

La responsabilità è un elemento importantissimo della visione democratica di Popper e fino ad ora i governi europei soprattutto, non hanno agito perseguendo i due scopi fondamentali: sicurezza e libertà.

Quindi in riferimento al discorso della Merkel di Mercoledì, si può affermare che i proclami non sono previsti dal filosofo Karl Popper come elementi caratterizzanti le società aperte.

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