Radicalismo 2 parte – Finanziamenti e ONG

FINANZA ISLAMICA, HAWALA, ZAKAT, DOVE SI CELA IL TERRORISMO

In Kosovo, come in tutti gli altri paesi, la connessione tra la sponsorizzazione del terrorismo e le ong non è sempre diretta. Tracciare i flussi di finanziamento sporco  è difficile in quanto a volte parte di esso va effettivamente a cause pulite, legittime. In più coloro che finanziano cellule di estremisti possono usufruire della possibilità di trasferire frequentemente piccole somme di denaro di volta in volta non rilevabili dagli organi preposti (in base alle soglie massime di denaro stabilite in ogni paese), basti pensare ad un qualsiasi Money Gram o anche a trasferimenti tra piccole attività economiche. In più c’è il metodo dell’hawala e la Zakat.

La finanza islamica poggia su alcuni pilastri centrali del Corano secondo i quali occorre devolvere parte dei propri guadagni in carità, zakat appunto ed esistono attività finanziarie assolutamente alternative e non rintracciabili basate sul sistema dell’hawala dove può essere che non serva avere un conto corrente o anche meno, un telefono.

La zakat, terzo pilastro dell’Islam,  prevede di destinare una parte del proprio reddito annuo in opere di carità per far fronte alle esigenze di tutti i membri della comunità. Se l’intento è buono può non esserlo chi si nasconde dietro a quel mezzo e può accadere che non tutti i membri di una ong che ricevono denaro siano coinvolti in attività di terrorismo, ma solo una parte di essi.

Se per il jihadista è facile inserirsi in una tale organizzazione, non è semplice farlo per chi deve contrastare il crimine e riscontrarlo.

In più, in molti paesi del Medioriente tra i quali certamente l’Arabia Saudita, la trasparenza bancaria non è efficace, quindi “dall’altra parte del ponte”non vi sono garanzie e volontà che il flusso di denaro venga sottoposto a verifiche adeguate come il risalire a chi c’è effettivamente dietro a quella somma.

Difficile (ma certo non impossibile) anche per l’uomo più esperto della nostra Guardia di Finanza dimostrare come quel finanziamento/donazione  sia in modo provato illecito e per causa di terrorismo. Ci vuole tempo.

Uno dei doveri degli istituti bancari islamici è contribuire a gestire i fondi della zakat; anche se si tratta di transazioni bancarie, i fondi riservati alla carità possono scomparire e viaggiare al di fuori della contabilità. Successivamente, tali fondi possono essere impiegati per finanziare gruppi radicali islamici. Le istituzioni bancarie islamiche, nei paesi in cui hanno filiali e sedi godono sia di un potere enorme e sia di agevolazioni, come in Inghilterra, dove non solo compagnie importanti hanno aperto “Islamic windows” nelle loro sedi, ma proprio l’apertura al sistema finanziario islamico è dettato da norme e accordi, in quanto è diverso da quello occidentale e a cui per forza di cose bisogna andare incontro.

Il motivo è sempre lo stesso: il denaro che arriva è tanto.

Queste istituzioni possono però essere sospette: poiché concepite secondo la Shari’ah, esse partecipano in investimenti condividendo profitti sui progetti e guadagnando commissioni sui servizi resi.

Diverse banche si sono macchiate di aver aiutato Al-Qaeda a trasferire fondi attraverso il sistema della zakat.

Altro metodo di finanziamento e trasferimento di denaro è l’hawala, soluzione ideale per aggirare, confondere banche e conti correnti.

Fino agli anni ’70 il sistema “bancario” islamico era fondato su questo elemento anche perché il Corano proibisce tassi d’interesse sui prestiti. E’ un sistema informale, è un circuito di trasferimento di valori basato sulle prestazioni e sull’onore di una rete di mediatori.

Per metterlo in moto sono necessari quattro attori, per esempio: A (l’ordinante) che  deve trasferire dei soldi a B (il beneficiario) che sta in Kosovo;  poi servono altri due individui  che fanno da intermediari e che chiameremo A1 e B1, i cosiddetti “hawaladar” che prendono una commissione per ogni transazione eseguita. Dunque A deposita la somma da recapitare nelle mani di A1 (un hawaladar locale); A1 provvede a contattare un suo affine, B1, in un altro paese; B1 farà arrivare l’importo stabilito a B, il destinatario finale. Nell’atto del primo deposito per non incorrere in intercettazioni fuori dal circuito dell’hawala, si usano parole d’ordine o si acquisisce un oggetto da consegnare durante i diversi passaggi. Invece A1 e B1, gli hawaladar compenseranno nel loro paese di origine il loro debito/credito.

Dato il suo funzionamento, l’hawala presuppone per forza piccoli gruppi legati tra di loro da vincoli religiosi, di onore e etnia; questo schema si adatta non poco al paesaggio criminale kosovaro suddiviso in clan.

Dopo l’11 Settembre 2001 in alcuni paesi il sistema di trasferimenti hawala è stato dichiarato illegale perché in esso c’è l’effettiva possibilità che si trasferiscano fondi in modo anonimo (si perdono le tracce dell’origine reale del denaro attraverso avanzati meccanismi di stratificazione dell’importo) e sia perché offre la possibilità di riciclare denaro.

E’ chiaro che questi sono sistemi difficili da scovare e da provare soprattutto. In molti casi si è scoperto l’illecito dopo che fatti criminosi e tragici erano avvenuti.

Visto il reale sospetto che si annida in queste pratiche, sarebbe così ingiusto renderle normativamente illecite? Stesso discorso vale per le Ong: è ovvio che non si può controllare tutto, quindi sarebbe così sbagliato dichiarare non gradite quelle organizzazioni anche solo sospettate di avere ombre non per forza solo nel proprio paese, ma anche altrove? Come si trova una soluzione visto che non si può passare sotto la lente ogni cosa? Il problema c’è, la questione si pone.

Sulla “strage di Dacca” dello scorso Luglio del 2016, il governo del Bangladesh sostiene che i fondi usati per l’attentato sono passati per innumerevoli associazioni umanitarie con sede in Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti e tra queste c’è la Islamic Relief che più volte è stata accusata di finanziare radicalisti islamici. Ma solo dopo la strage queste associazioni sono state messe sotto osservazione.

Inoltre in Kosovo, gli Stati Uniti hanno un’enorme influenza, ma visto che a livello internazionale sono stretti amici dell’Arabia Saudita e dato che la maggior parte delle ong presenti sul territorio sono saudite, è davvero sicuro che il fenomeno della manipolazione e della diffusione dell’estremismo islamico siano tenuti sotto controllo? I soldi delle ong servono alle singole famiglie e agli individui.

Nella Provincia Autonoma  c’è il FIU, Financial Intelligence Unit, erede dell’unità nata sotto Unmik composta inizialmente (ormai certamente non più ) da soli militari italiani della Guardia di Finanza; esso analizza i dati finanziari sospetti e non, provenienti dai diversi istituti e dalle diverse segnalazioni. E’ una struttura indipendente e di sicuro sono stati ottenuti dei risultati molto importanti grazie soprattutto al lavoro di militari italiani espertissimi in materia di Finanza, ma dato il grado di corruzione del paese, l’estensione del radicalismo islamico, vista la rete dei clan, il coinvolgimento delle più alte cariche dello stato in crimini improponibili ed essendo esso stesso composta ora da personale proveniente senza dubbio dalle file dell’Uck, è sicuro che di fronte a connessioni illegali di alto grado con implicazioni anche internazionali viste le innumerevoli ong sul territorio, essa sia effettivamente integra e capace di portare a termine ciò che deve?

E’ chiaro che correttezza ed efficienza  sono questioni che toccano tutti i paesi, ma il Kosovo è a due passi da noi e non è l’emblema dello stato di diritto e della sicurezza.

A domande complicate non ci sono risposte semplici, a volte non ci sono proprio risposte; la questione  però è prevenire e trovare le giuste soluzioni. Di fatto prima dell’entrata della Nato, la popolazione della regione non aveva familiarità con l’ideologia wahabita.

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