Rispondere al terrorismo

Se gli anni di piombo possono fare la differenza

Tunisia, Francia, Kuwait, Somalia; quattro in un giorno solo e nel passato recente si è intervenuti o quanto meno ci si è mossi anche per meno.

Si è andati a fare la guerra anche inventando armi chimiche che non esistevano e l’Italia ha partecipato sotto il cappello della Nato e dell’Onu.

Ma erano stati colpiti cittadini statunitensi e gli USA non hanno aspettato il benestare delle Nazioni Unite: hanno scatenato un’offensiva in Iraq e in Afghanistan a cui tutti i paesi europei si sono accodati e i risultati sono stati scadenti.

Dunque gli eventi sembrano dirci che è Washington che decide se intervenire o meno; sono gli Stati Uniti che orientano le sanzioni; ma le vittime europee, mediorientali o nord africane non valgono meno di quelle americane. Perché allora l’Europa non interviene? Perché allora l’UE è ferma e guarda in maniera ridicola solo a Est? Perché l’Unione non si emancipa dalla politica estera Statunitense? Perché tutto è immobile e insensato?

Non si può arrivare a pensare che si ha bisogno di un altro 11 Settembre perché qualcosa si muova. E’ terribile, no, non può essere. Ma quante cose sono andate come era logico non andassero, sfidando il buon senso più comune? Quanti fatti e dinamiche sono state denunciate da queste stesse pagine di giornale? Se potevamo intuirlo, segnalarlo e in qualche modo provarlo noi, figuriamoci gli addetti ai lavori.

Perché non basta quanto siamo stati costretti a vedere e a subire?

Sappiamo quasi tutto: l’Occidente ha appoggiato sollevazioni in Medioriente che non hanno fatto che scoperchiare situazioni ribollenti aprendo le porte a radicalismi islamici e a vuoti di potere; l’area Atlantica e i paesi del Golfo Persico hanno finanziato e armato mercenari che chiamavano ribelli. Sappiamo che ci sono organizzazioni e Stati che comprano il petrolio dall’Isis, arricchendolo; siamo a conoscenza che l’Arabia Saudita, paese dell’Islam radicale per eccellenza, è lo stato del Salafismo, quel ramo sunnita che odia lo sciismo e che vuole il controllo della Regione sfidando l’Iran sciita. E’ noto da tempo, ma solo ora sembra se ne parli, che nei Balcani (in particolare in Kosovo e in Bosnia-Erzegovina) il pericolo di radicalizzazione più minaccioso viene dal diffondersi del Salafismo. È certo che con Ben Ali e Al Assad, passando per Gheddafi, il sunnismo più radicale era tenuto a bada; Al Sisi in Egitto falcia l’Islam radicale (dai Fratelli Musulmani ai Salafiti) a colpi di ergastolo, come del resto era trattato da Moubarak. E’ fuori dubbio che la Russia di Putin non rappresenta un pericolo, anzi si è mostrata essere lungimirante ed equilibrata negli affari esteri.

Una cosa non sappiamo però: ci sono guerre dal Medioriente all’Africa e guerra l’hanno dichiarata, dunque, come ci difendiamo?

Qualcosa non torna e non è la prima volta: i servizi e la polizia conoscevano gli attentatori di Tunisia e Francia, erano segnalati e schedati, ma hanno avuto libertà di agire, o meglio li hanno lasciati liberi di agire. Ma gli elementi per capire la pericolosità delle circostanze e dei fatti c’erano e non si può non usare una strategia di prevenzione dura e misure cautelari nei confronti di alcuni casi. Ovunque ci sia traccia di estremismo e si abbia un passato di violenza, che si tratti di organizzazioni o di uomini, non si può lasciar correre.

E noi italiani lo sappiamo bene avendo avuto e avendo il terrorismo in casa, tra BR, Nar, mafia, etc.

Durante gli anni di piombo la cosiddetta emergenza terrorismo provocò un’involuzione poliziesca dello Stato, con una diminuzione delle libertà costituzionali ed un ampliamento della discrezionalità delle forze di polizia. L’espandersi del ricorso ai reati associativi o di pericolo presunto, fu l’ossatura normativa di un’emergenza che poi qui da noi non è mai terminata, saldandosi infine con l’evoluzione sulla sicurezza post 11 settembre 2001. Nel ’78 vennero fondati il GIS (Gruppo di Intervento Speciale) dei Carabinieri e il NOCS (Nucleo Operativo Centrale di Sicurezza) della Polizia. Nel 1980 con la Legge Cossiga si estendono ulteriormente i poteri della Polizia e si inaspriscono le condanne per chi viene accusato di reato di terrorismo.

Lo Stato, sebbene ci siano gravi ombre e lati oscuri e su molte questioni ci sia ancora tanto da dire e spere, riuscì comunque ad indebolire il muro del terrorismo, introducendo anche la figura del collaboratore di giustizia.

Fu semmai la Francia, che nei nostri anni più difficili, mentre noi condannavamo gli stragisti, a mettere in campo con pretese di universalità, la Legge Mitterand (Novembre 1982), permettendo a gente come Cesare Battisti di trovare asilo.

In campo internazionale invece, la nostra Intelligence ha ed ha avuto in Medioriente sempre un dialogo costruttivo col territorio e le parti in causa.

Probabilmente in Italia persone segnalate, che in Tunisia e in Francia hanno agito, qui non avrebbero avuto modo di farlo.

Ma certo il nostro paese, come l’Europa, è in ritardo sul porre l’accento sulla questione della sicurezza; per diverso tempo è mancata una politica seria su argomenti importanti come l’immigrazione e ora non deve commettere leggerezze o errori, perché non basta non avere sul nostro territorio immigrati di terza generazione per rispondere ad una minaccia globale.

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