Sahel: laboratorio politico d’insorgenza

L’assenza di una strategia politica internazionale

Il 5 febbraio alla Farnesina, nella sala Nigra si è tenuta la conferenza sulla fragilità e la sicurezza dei paesi del Sahel.

Il Ce.S.I (centro Studi Internazionali) e il Ce.S.P.I. (Centro Studi di Politica Internazionale) hanno approfondito questo tema poiché senza dubbio l’Italia e l’Europa hanno interessi e priorità in quella zona.

La questione più importante legata a questa fascia dell’Africa è la sicurezza; le minacce più urgenti a cui far fronte sono il traffico di esseri umani, il radicalismo islamico jihadista e il dilagare di smercio di armi in un territorio dove i confini praticamente non esistono.

In un certo senso ciò che avviene qui è l’anticamera delle criticità in Libia soprattutto e di parte dell’Algeria. Non riuscire ad arginare determinate situazioni qui, significa continuare ad alimentare crisi alle porte del nostro paese.

Il territorio del Sahel si estende dall’Oceano Atlantico al mar Rosso, a Nord confina col Sahara e a Sud con la savana del Sudan; i paesi che appartengono a questa zona sono Gambia, Senegal, la parte sud della Mauritania, Burkina Faso, la parte sud dell’Algeria e del Niger e la parte nord della Nigeria e del Camerun, il Mali, il Ciad, il Sudan e l’Eritrea.

Stati questi dove non poco sta accedendo. Al Qaeda è radicata in tutta la parte centrale e occidentale del Sahel e in Nigeria, soprattutto nella parte nord, ci sono le milizie di Boko Haram che pian piano si stanno espandendo anche in Camerun.

Per analizzare questo scenario non si può non partire dalle condizioni economiche e sociali di queste nazioni.

Tre sono gli elementi più duri da affrontare: una depressione economica gravissima legata certamente anche all’aumento del caldo, ad una non razionale diffusione delle risorse (anche idriche) e la continua crescita demografica, causata soprattutto dalla posizione della donna nella società.

Senza dubbio l’estrema povertà e la mancanza di un’adeguata crescita culturale per mancanza di risorse facilitano il dilagare della corruzione, della criminalità, della disperazione e del jihadismo poiché quest’ultimo, qui si sta ponendo come un’organizzazione ad ampio spettro che pensa all’organizzazione del lavoro (certo non regolare e non legale), alla cultura basata ovviamente sulla sharìa e all’organizzazione della società. In sostanza si sta creando uno stato nello Stato. Le stesse realtà tribali, un tempo coese, ora si stanno polverizzando, infatti i soldi non arrivano più per gran parte dai rapporti e dagli scambi inter-tribali, ma dai traffici illeciti.

In Mali ad esempio, dopo la crisi e l’intervento francese,la capitale è sotto controllo ma tutto il resto del territorio no e dunque, c’è abbastanza facilità di movimento per attività criminali, traffico e passaggio di mujaheddin.

Il primo legame stretto che interessa focalizzare qui è quello che riguarda il Sahel col Maghreb: da qui partono le principali rotte dell’immigrazione clandestina (flusso dovuto soprattutto dalle indubbie condizioni di povertà e dalle crisi etniche) e questa questione interessa moltissimo l’Italia e di conseguenza poi l’Europa.

Ci sono due direttrici principali lungo le quali avviene il traffico di esseri umani: una dall’Africa Occidentale e l’altra dall’Africa Orientale. Per quanto riguarda la prima, i punti di raccolta sono Agadez in Niger e Gao in Mali. Da qui seguono due rotte, una che arriva in Algeria per la volta della Spagna e quella di Sebha in Libia verso l’Italia.

Il transito nei paesi del Nord Africa richiede in genere regolari documenti d’identità e visto d’ingresso ma molti profughi ne sono sprovvisti e ciò spinge coloro che vogliono andare via a rivolgersi a trafficanti professionisti. Usualmente queste sono persone che intrattengono rapporti con consolidate reti criminali dei paesi di destinazione.

I passaggi di frontiera spesso sono alimentati col pagamento di tangenti, necessarie anche per procurare visti di ingresso grazie alla colpevole complicità di agenti di polizia e funzionari pubblici.

Alcune zone all’interno del deserto sono sottoposte a pagamento di tasse di passaggio da versare ai terroristi che controllano quei tratti, come obolo per la sicurezza dei convogli.

A questo punto le riflessioni che vengono alla mente sono tante; di fronte a questo scenario drammatico si sente parlare di cosa si può fare ora per cercare di arginare questi mali, ma visto che si tratta di chiacchiere, sarebbe utile invece discutere anche su chi ha le responsabilità perché questa realtà è andata ad incancrenirsi.

Esistono studi appunto, esiste un’intelligence che deve prevenire situazioni di rischio, esistono dei rapporti diplomatici, esiste una polizia di frontiera, c’è una comunità internazionale, ma ecco non è bastato.

Allora la domanda più opportuna forse è: chi è responsabile di questa situazione gravissima che poi inevitabilmente ci si ritorce contro? Senza politiche d’immigrazione controllate, senza accordi con gli stati interessati ai flussi non c’è più sicurezza, ma c’è solo una crisi permanente. Le cose si sanno ma nessuno agisce o se lo si fa, non c’è un programma politico, non ci sono una strategia e una lungimiranza politiche.

Ci si muove solo quando bisogna “metterci una toppa” in sostanza.

L’attenzione cade infine su certi fatti, perché se questi sono i presupposti, c’è tutto lo spazio per collegare gli episodi. Perché in Libia l’Occidente ha creato quel vuoto di potere che c’è ora sapendo quali potevano essere i rischi enormi dietro la caduta di Gheddafi? Che si parli di quel flusso di immigrati irregolari di cui si ha notizia da mesi, che sono atterrati a Fiumicino e scomparsi nel nulla e infine si discuta su quali legami la cupola romana aveva per speculare sui centri di accoglienza: tanti più ne entrano, tanto più si guadagna. Si discuta su quei migranti che sotto gli occhi dell’esercito scappano scavalcando reti inesistenti e si parli del motivo per cui è così difficile arrestare gli scafisti.

L’intervento internazionale in Libia ha armato i ribelli e fatto cadere Gheddafi ma per quanto discutibile fosse la sua integrità politica, lui teneva uniti i gruppi tribali del territorio e soprattutto poteva arginare il flusso migratorio. Ora invece l’Isis sta avanzando e si sta prendendo non solo la gestione del traffico di esseri umani destinati all’Italia (traffico che vale milioni di dollari) ma anche i giacimenti petroliferi.

Praticamente col vuoto di potere creato, si sono consegnati ai jihadisti non solo armi e finanziamenti, ma anche potere contrattuale e di ricatto nei nostri confronti.

Ora la situazione è gravissima e si sbandiera un nuovo intervento in Libia che sosterrà un altro militare, come il precedente, Khalifa Haftar.

E’ davvero paradossale tutto questo ed è imbarazzante la mancanza di una strategia politica.

Il secondo legame che unisce il Sahel col Maghreb è il traffico d’armi.

Il primo, il Sahel, è una regione che produce fenomeni destabilizzanti per tutti i paesi dove l’Italia ha interessi politici ed economici. E’ da questo ventre molle che parte l’arruolamento, l’indottrinamento dei gruppi che andranno poi a colpire a raggiera la zona.

La Libia stessa non sarebbe così destabilizzata se non ci fosse questo bacino di disadattamento che va ad alimentare le milizie jihadiste con denaro e uomini.

Questa zona è un retroterra indispensabile, una fonte per la realizzazione di un progetto politico tra cui rientra anche quello di cooptare le reti tribali che i governi centrali amici dell’Occidente avevano marginalizzato.

Boko Haram per esempio non è solo un problema del governo nigeriano, ma il gruppo terroristico manda milizie anche in Somalia e nel Sahel.

Non è perciò errato come dice Salvini, di andare a risolvere i problemi lì sul posto, un senso logico questa posizione ce l’ha.

Boko Haram recluta i suoi militanti all’interno di una grande massa di giovani disoccupati nel nord est della Nigeria.

La questione della Libia però è stata centrale per l’enorme flusso di armi che ora vi è nella zona.

Il Sahel si è detto, fornisce anche milizie ai movimenti jihadisti del Nord Africa e quando è stato il momento di armare i ribelli in Libia, l’Occidente e i paesi del Golfo che finanziavano i combattenti hanno dato potere a mercenari in sostanza. E la situazione non poteva che sfuggire di mano.

Con la caduta del regime di Gheddafi il mercato regionale è stato investito da carichi di armi utilizzate dalle milizie durante l’insurrezione che attraverso il passaggio di Erg Merzoug sono giunte in Niger.

I magazzini un tempo controllati dalle forze di sicurezza libiche sono ora le nuove fonti di questo traffico di armi: RPG, artiglieria antiaerea, missili terra aria e munizioni di fabbricazione russa.

Non essendoci più alcun controllo sulla destinazione, queste armi hanno rafforzato le capacità offensive dei gruppi combattenti e pericolosi attivi in tutta la regione del Sahel.

Altro dato significativo, legato in parte anche alla caduta di Gheddafi, è la polverizzazione dei gruppi tribali tra il Sahel e il Maghreb, i quali ora stanno subendo un’islamizzazione senza precedenti attraverso la più antica delle usanze: i matrimoni.

La narrativa tribale sta via via per essere sostituita con quella jihadista.

Per esempio, la morte nell’Ottobre del 2011 del Colonnello ha privato i Tuareg del loro principale sponsor politico e della loro principale fonte di sostentamento.

Quando allora centinaia di miliziani hanno fatto ritorno nelle loro terre di origine carichi delle armi degli arsenali libici, essi invece non sono riusciti a reintegrarsi in una realtà assolutamente deficitaria e priva di sostentamento. I Tuareg in Mali non sono più riusciti a ritrovare il loro equilibrio precedente.

Così di fronte alla fragilità dello stato centrale e alla crisi tribale, i movimenti qaedisti hanno fatto propria la causa indipendentista dei Tuareg trasformando e sovvertendo il movimento in jihad.

Lo scopo è ora creare un emirato.

Due settimane fa circa c’è stato il primo attentato kamikaze portato a termine da un Tuareg.

Questo prima non era assolutamente un popolo con simpatie jihadiste o di radicalismo islamico: ciò vuol dire allora, che l’identità di intere tribù è stata corrotta.

Ecco quindi l’importanza delle tematiche focalizzate dal Ce.S.I. e dal Ce.S.P.I. e che sarà bene “attenzionare” negli sviluppi futuri: la destabilizzazione del Nord Africa e soprattutto della Libia si è incrociata con la profonda depressione economica e sociale dei paesi del Sahel dove petrolio, uranio e oro sono le risorse economiche più importanti della zona e strategiche sia per i paesi occidentali che per la Cina.

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