Turchia: un Paese in bilico

La Turchia alle ultime elezioni del 1 Novembre 2015 ha rinnovato la fiducia ad Erdogan facendo ottenere al suo partito, l’Akp, 315 seggi su 550.

Il primo ministro ha trionfato prendendo il 49,3 % dei voti, mancando per un soffio quei 325 seggi che gli avrebbero garantito la possibilità di cambiare la Costituzione senza faticare nella ricerca dei consensi.

L’Hdp invece, il partito filo-curdo, ha perso il 3% rispetto alle votazioni di Giugno, ma col 10,4% è comunque riuscito ad entrare in Parlamento con 59 seggi.

A volte accadono cose particolari rispetto a quanto ci si aspetta e pur basandosi sui fatti, le analisi poi non tornano; evidentemente ciò che può essere importante per uno sguardo esterno, non lo è per chi in un posto ci vive. Di fatto questa tornata elettorale ha avuto diversi elementi contrastanti.

Senza dubbio negli ultimi anni, seppur ultimamente Ankara abbia rallentato un poco la sua crescita, l’economia turca è andata bene e certamente chi ha visto aumentare la propria ricchezza grazie alle politiche del governo, non ha esitato nella scelta del leader. D’altra parte però non era così scontato che i curdi perdessero terreno rispetto a Giugno e che Tayyip prendesse tutti i voti che ha preso visto la sua ambiguità e il suo sinistro e pericoloso doppio gioco in politica internazionale. Altra cosa sicuramente non prevedibile era il viaggio della Merkel in Turchia a pochi giorni dalle elezioni.

Evidentemente per i cittadini chiamati ad eleggere, davanti ad un’Europa che arranca su tutti i fronti, ha pesato di più la positiva situazione economica che il rispetto dei diritti, della libertà e della politica estera.

Ora che il Premier turco ha ricevuto una così forte approvazione, il nodo più difficile è lo scacchiere internazionale e di sicuro stando a quanto già dimostrato, gli scenari non sono dei più rosei.

E’ noto da tempo che dall’esplosione della crisi siriana e irachena, per i confini Turchi è passato di tutto e sono passati tutti: armi per rinforzare le fila dei ribelli siriani che in un lampo sono poi stati assorbiti dall’Isis, rivelandosi in realtà e all’occorrenza, fondamentalisti islamici per la maggior parte e mercenari pagati per combattere la causa della destabilizzazione sciita in Medioriente. In ultimo, il governo di Ankara non ha posto filtri all’emigrazione dei profughi verso l’Europa.

Gli unici che fin da subito hanno fatto una reale resistenza ai jihadisti, sono i curdi ed Erdogan non perde occasione per colpirli, osteggiando totalmente la possibilità che si crei una situazione di complicità internazionale e di consenso nei loro confronti.

Risulta abbastanza chiaramente che la lotta all’estremismo islamico sotto elezioni sia stata un po’ una farsa visto che il tratto confinante con la Siria continua ad essere molto permeabile. Certo, l’attenzione volta all’interno del proprio territorio è sicuramente diversa, ma la stessa Arabia Saudita, in prima linea nel sostegno finanziario e militare ai jihadisti che combattono Al Assad, conosce le minacce dell’Isil nel momento in cui questo strumento di guerra ti si rivolta contro.

Ogni conflitto civile scoppiato in Medioriente negli ultimi anni è nato poiché si è potuto far leva sulle differenze di credo, di etnia, etc, dividendo quindi; da qui le bombe, gli attentati, le esecuzioni e la Turchia non è affatto immune da queste problematiche poiché ha in sé una leva pericolosissima: il contrasto con i curdi, che per altro in Siria e Iraq combattono contro l’Isis, composto da “mujaheddin” sunniti.

Per cui forse chi ha creduto di trovare in Erdogan l’uomo forte per la sicurezza può aver sbagliato i calcoli in quanto con lui il conflitto con il Pkk e i curdi non ha certo modo di trovare una soluzione quieta e pacifica. E come si può non sostenere o quanto meno, astenersi dal bombardare o colpire chi combatte davvero sul campo contro l’Isis? Da parte della leadership turca, in questo scenario non c’è una visione a 360 gradi di risoluzione di un conflitto ma c’è piuttosto la volontà d’imporre i propri interessi, cosa che si ripercuote poi sulla pace interna di uno stato: vedi la bomba del 10 Ottobre scorso al corteo pre-elezioni; un atto odioso che ha lasciato al suolo centinaia di vittime che manifestavano per la pace. Ma chi ha armato i kamikaze? La domanda è lecita viste le premesse. Se davvero è stato l’Isis, siamo in grado di comprendere, viste le “primavere arabe”, a cosa andrà incontro la Turchia nel prossimo futuro; se invece è stata una mano autoctona a servirsi di due kamikaze, risulta comunque che i turchi non possono stare sereni.

Un paese che mostra, fomenta le leve della discordia e che in politica internazionale ha un atteggiamento ambiguo e pericoloso anche per se stesso, non è uno stato al sicuro neanche dal punto di vista economico, poiché ha e avrà altri eventi urgenti da fronteggiare.

Altro fatto inaspettato e al limite diciamo, di ogni immaginazione, è stata la visita di Angela Merkel il 18 Ottobre in Turchia: da questo incontro ne sono usciti degli argomenti ancora più sorprendenti, dove l’Europa ha davvero dimostrato di essere incredibilmente allo sbando, senza timone nella politica internazionale e migratoria.

La rotta balcanica dei migranti inizia dalla Turchia e qui non vi sono effettivi “hub” dove le persone vengono controllate; il premier turco sa quanto queste ondate mettano a dura prova il farraginoso sistema di accoglienza europeo; per questo motivo la leader tedesca è volata ad Istanbul.

In più il premièr considera questa una buona occasione per svuotare la Siria della sua classe borghese che in futuro potrebbe aiutare nella ricostruzione del paese.

Erdogan, consapevole e pronto, ha chiesto un’accelerazione dell’iter di adesione alla Ue (piano sostenuto anche da Inghilterra, Francia e Spagna) e per tutta risposta, la cancelliera ha detto di essere pronti a incoraggiare un tale processo in cambio di un contributo nell’arginare il flusso dei migranti.

Il messaggio è stato chiaro: reiterata la promessa di aiuti dalla Ue per 3 Miliardi (al fine di incentivare sistemi di argine alla migrazione sul suo turco), l’Europa ha fatto capire che sta con l’Akp e col suo uomo forte.

Ma è questo il modo di trattare con chi prima delle elezioni chiude televisioni e giornali? Ma è questo il modo di costruire una ragionevole politica estera e migratoria? Facendosi in sostanza ricattare? Già gli ultimi eventi hanno palesato che l’allargamento a est ha inglobato paesi di fatto ostili a farsi carico degli oneri europei dopo aver preso però miliardi dall’Unione e ora parliamo di Turchia nel vecchio Continente? Un paese che ha notevoli problemi con i diritti e col rispetto delle libertà e per questo non poche volte bacchettato dai governi e dalla stampa internazionale? Uno stato che a tratti fatica ad avere una visione laica della Res Pubblica? Un governo che copre i mercenari dell’Isis e che pur di non aiutare i Curdi, non vedeva male la distruzione di Kobane e il massacro dei suoi civili? Ma a nome di cosa e di chi la Merkel è andata a dare sostegno a Erdogan? Poteva andarci a nome della Germania, non a nome dell’Europa.

La miopia e l’incapacità europee sono a tratti asfissianti; si ha spesso la sensazione che l’Unione fatta in questo modo, composta da questi ricchi burocrati sia un pachiderma allo sbando, senza fiuto, senza vista e senza un perché.

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