Un borghese piccolo piccolo

Marino sfiduciato dal partito democratico

La querelle sulla permanenza del Professor Marino sullo scranno più alto del Campidoglio sembrava oramai senza fine e per settimane abbiamo dovuto assistere allo stillicidio di notizie riguardo le sue possibili dimissioni. Marino, assicuravano i ben informati, si sarebbe dimesso al prossimo consiglio comunale; no, alla prossima giunta, rispondevano i più esperti commentatori di politica romana; macchè al prossimo blocco della metro vagheggiavano invece le centinaia di migliaia di pendolari capitolini; al prossimo funzionario comunale arrestato per tangenti sognavano invece i più “manettari” tra i cittadini. Oppure , fantasticavano tutti i baristi dell’Urbe, al prossimo tavolino rimosso a piazza Navona dai pizzardoni.

Invece le dimissioni prima annunciate e poi ritirate hanno così tanto stancato i rappresentanti romani del PD che i consiglieri comunali del Partito di Renzi sono stati obbligati a firmare le proprie dimissioni – insieme ad altri della minoranza al Campidoglio – per troncare definitivamente la farsa che per troppo tempo Marino, Renzi e i Dem mandavano avanti a scapito dei romani.

Come un novello “Ercolino sempre in piedi” il Nostro cercava di resistere a tutto e a tutti. Né le tirate di orecchie del Santo Padre o il commissariamento prefettizio minacciato e men che meno i giornalieri aut aut di Matteo Renzi e di tutta la “nomenklatura” romana del Partito Democratico – oltre che le scatole piene della quasi totalità dei romani – sembravano poter far indietreggiare il Sindaco di Roma dalle proprie posizioni e costringere alle dimissioni definitive il buon Marino.

Il professore restava abbarbicato alla poltrona di primo cittadino come una cozza allo scoglio: nessuna tempesta scalfiva la sua granitica resistenza ai marosi.

L’Atac – l’azienda municipale dei trasporti pubblici – accumulava più milioni di euro di debiti che ore di ritardo alle fermate? La soluzione era minacciare un repulisti dei dirigenti – minacciare solo per carità, perché la maggior parte sono sindacalisti di sinistra che lo hanno votato – ed annunciare l’acquisto, con quali euro poi nessuno lo sa, di centinaia di nuove carrozze ed autobus o programmare la chiusura al traffico veicolare di qualche altra strada importante di Roma.

La Speranza era di risolvere definitivamente il problema della mobilità romana non con la vagheggiata “cura del ferro”- più km di ferrovie sopra e sotto il suolo- ma attraverso quella delle “suole”, quella che prevede i piedi come unico mezzo di locomozione dei cittadini e dei turisti della capitale.

L’Urbe era invasa dalla spazzatura? Niente paura perché – come ci informa il primo cittadino e la magistratura strabica – la colpa era solo delle cooperative truffaldine a cui negli anni passati si erano sub appaltati tanti servizi, e alle infornate di netturbini nullafacenti e dirigenti poco limpidi avvenute per “pagare” le cambiali politiche degli ultimi tre o quattro sindaci eletti – escluso Marino ovviamente.

Neppure l’ ondata di “neo-calvinismo” politico di stampo grillino che da qualche anno attraversa lo Stivale e che fa del rifiuto feroce di cene elettorali, prebende politiche ed istituzionali, benefit materiali dovuti alla carica occupata il proprio mantra ha avuto la forza di far dimettere il primo cittadino di Roma.

Ed ecco che il nostro “Marino sempre in piedi”, pur facendosi beccare a cercare di non pagare le multe e farsi rimborsare dal contribuente pure i lacci delle scarpe attraverso la carta prepagata del Comune di Roma – vizio antico che possedeva già quando utilizzava a sproposito i fondi di una nota università americana per cui lavorava a Palermo – tentava di rivoltare la frittata annunciando prima la rinuncia a tale benefit e poi minacciando i compagni di partito di svelare alla stampa l’elenco degli “amici degli amici” miracolati nelle varie municipalizzate romane.

Il professor Marino ha tentato di rintuzzare gli attacchi alla propria persona mostrando per l’ennesima volta il volto del professionista affermato – che tanto piace a certi ambienti – prestato alla politica che della politica e dei politicanti disconosce i meccanismi e i riti, rifuggendo scandalizzato i lacci e lacciuoli che i partiti vorrebbero imporgli. Anche in extremis ha provato a giocare la carta dell’uomo per bene che da solo prova a sconfiggere il sistema politico che cerca di farlo fuori perché scomodo.

Più che l’incapacità dimostrata da Marino a governare una città complicata e complessa come Roma senza provare sciogliere i nodi che da decenni impediscono il buon funzionamento della macchina amministrativa capitolina, è stato il suo continuo estraniarsi dai veri problemi di Roma a far alienare il favore della cittadinanza nei suoi confronti. Il tentativo poi – solo a parole purtroppo – di dimostrarsi eticamente diverso da chi lo aveva preceduto al Campidoglio ha fatto ancora di più irritare i romani .

Nella sua ultima conferenza stampa- di commiato definitivo speriamo- ha provato a delineare l’identikit di chi all’interno del PD lo ha tradito – Renzi e co. – cercando di avvelenare ulteriormente il clima politico di per sé già infuocato.

Però l’abito del “cavaliere senza macchia e senza paura ” evidentemente poco gli si addice sia per storia passata sia per quello che sta vivendo in queste ultime ore. Rappresenta il tipico “barone” – anche di ottime capacità-sfornato dalle università italiane pronto a gettarsi a capofitto nella politica al fine di trarre un vantaggio personale , un meschino funzionario statale di cui ha tutti i tipici comportamenti:da quello circondarsi di fedeli lacchè, a quello di restare pervicacemente saldato alla posizione di comando raggiunta o alla rapacità di pretendere rimborsi – correndo il rischio di perdere tutto per pochi spiccioli- da “conto della serva”.

In questo turbinio di accuse ed incapacità ne escono sconfitti Renzi , il Partito Democratico e tutta la politica romana degli ultimi anni. Il primo Ministro è stato incapace di governare politicamente per tutti questi mesi il personaggio Marino: prima sfiduciandolo pubblicamente e poi obbligandolo ad una giunta di salute pubblica commissariando le prerogative del primo cittadino al momento di amministrare Roma all’avvicinarsi del Giubileo.

Alla fine, solo attraverso le dimissioni forzate dei consiglieri Democratici Egli è riuscito a superare l’impasse creato dal sindaco, senza tuttavia passare attraverso il dibattito democratico dell’aula consiliare del Campidoglio come le regole avrebbero imposto. Il PD ha dimostrato l’annosa incapacità di avere un disegno politico valido inerente lo sviluppo della Capitale e ad esclusione dell’occupazione delle poltrone delle municipalizzate nulla di buono è stato fatto. Tale visione politica della Città –tuttavia comune anche ad ampi settori del centrodestra come si è visto durante l’amministrazione Alemanno- fa si che purtroppo gli spiragli per una rinascita nel breve periodo dell’Urbe si siano abbastanza ristretti.

Roma, alla fine della giostra rimane, più sporca, più ingovernabile, più insicura, meno vivibile di quanto lo era prima di Marino: le buche restano ma per fortuna – in attesa di sindaci e tempi migliori – il Professore passa.

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