Verso il referendum: “no” in vantaggio

Nonostante l’estate sia per definizione complice involontaria di ogni governo, non mancano ad oggi elementi per mettere il premier Renzi sulla graticola.

A partire dagli ultimi dati deludenti riguardanti il Pil italiano e quelli relativi al debito pubblico che segna il nuovo record storico. Male. Molto male in vista di un appuntamento, quello del referendum costituzionale, con cui il premier si è messo in gioco, puntando su di esso per sancire una volta per tutte la bontà o meno del suo operato – legando il tutto a una riforma che dovrebbe essere in grado di costituire un cambio di marcia in vista del futuro del paese – assicurando le proprie dimissioni in caso di esito negativo.

Le opposizioni, tra un tuffo e una granita, hanno proseguito l’assalto del premier intimandogli di smetterla di prendere in giro i cittadini italiani e indicare immediatamente la data in cui si andrà a votare. Appuntamento sinora ancora misterioso.

Il fatto più  rilevante da affrontare è però un altro. Renzi ha commesso un grave errore strategico. L’errore, marchiano, è stato associare suddetta riforma al proprio nome, permettendo in tal modo alle opposizioni di far fronte comune ancor più strenuamente, intravvedendo – in caso di bocciatura palese o fallimento per mancato raggiungimento del quorum – la concreta possibilità di elezioni anticipate. Un eccesso di ubris, quello del premier, o semplicemente imprudenza, in un momento in cui godeva di un consenso nettamente maggiore. Oggi, secondo problema, il fronte delle opposizioni non solo opera all’esterno del governo (Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia, Movimento 5 Stelle) ma si mostra più vivo che mai anche all’interno, animato da ambizioni di restaurazione mai sopite che fan capo ai sepoclri imbiancati di D’Alema & co.

Per Forza Italia, Renato Brunetta – che ha un conto aperto con Renzi dai tempi della elezione di Mattarella – non fa che ripetere come un mantra che “in autunno vincerà il ‘no’ e Renzi andrà a casa”. Per tutte queste ragioni, pertanto, ad oggi, i sondaggi danno il “sì” in netto svantaggio. Il che ha imposto al duo Renzi-Boschi un cambio di strategia. Si tenta di svincolare la figura del premier dal quesito referandario di modo che non diventi un voto ad personam. Lentamente si opera affinchè vengano associate alla riforma altre tematiche di sapore economico e sociale.

La stessa Boschi, autrice del ddl che ha cambiato la Costituzione, ha cambiato atteggiamento preferendo un ruolo molto più defilato.

Incassato il via libera della Cassazione, Renzi tenta in vari modi di rilanciare le ragioni del sì, parlando tramite twitter di “referendum degli italiani”. Ma affinchè quest’opera certosina di persuasione possa avere lieto fine, stando ai sondaggi critici di oggi, il voto, nelle intenzioni iniziali destinato ai primi di ottobre scalerà con ogni probabilità a novembre inoltrato. Avrà magari in serbo qualche trovata ammaliante il duo Renzi-Boschi per invertire il trend negativo?

Nel frattempo, come accennavamo all’inizio, sono intervenuti i dati economici negativi a dare un’altra mazzata al governo, che vanificano nettamente la regalia propagandistica degli 80 euro che avrebbe dovuto rilanciare i consumi.

E così, proseguendo nella logica del tira a campare, Renzi prova ad allungare un’altra mancia: “Se il referendum passa – ha dichiarato – i 500 milioni risparmiati sui costi della politica pensate che bello metterli sul fondo della povertà, e darli ai nostri concittadini che non ce la fanno”.

Gliel’avrà suggerita Berlusconi o qualche ghostwriter di Obama?

Poi – passaggio decisivo e inquietante al tempo stesso, in quanto denota l’assoluta malafede dell’uomo – ha aggiunto: “Ho sbagliato a personalizzare il voto d’autunno e credo che ci sia qualcuno che vuole farci perdere. C’è gente tra di noi che pur di far perdere i propri, è disponibile a mandare a casa un intero sistema. Vengano al congresso. Ma basta con la rissa continua. Con la rissa continua perde l’Italia”.

Il problema perciò è a monte, a prescindere dalla bontà o meno della riforma. Ovvero, se sia possibile entrare con 25 anni di ritardo nella seconda repubblica a queste condizioni, con un premier isolato, che non ha neanche un partito dietro e che sia all’interno che all’esterno ha fornito una valida scusa per far naufragare la riforma, allettando i suoi nemici con l’offerta della propria testa su di un piatto d’argento.

Con quali premesse, dunque, salutare la prima repubblica? E, soprattutto, quali risultati?

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